Too young to work
by Edoardo on apr.24, 2012, under Generale, Reportage, Viaggi
Chittagong, seconda città più grande del Bangladesh dopo la capitale Dakka, è situata nella parte sud-orientale del paese sulla costa del golfo del Bengala, 200 km a nord del confine con la Birmania. Si racconta che il suo nome significhi “alla foce del Gange” secondo un’etimologia legata alla parola araba Shat avente la parola Ganga (Gange) come suffisso.
E’ sicuramente uno dei centri nevralgici dell’economia bengalese grazie all’importante porto che favorisce gli scambi commerciali. Imbarcazioni di tutte le stazze sono ancorate sulle sponde del fiume. Una frenetica attività di carico e scarico movimenta la vita portuale. Sacchi di sale, pellame e soprattutto pesce sono i prodotti che maggiormente vengono commercializzati e venduti fin dal primo mattino.
Ed è proprio dal mercato del pesce che nasce l’idea di questo reportage. A poche decine di metri dal fiume si anima, nel tipico e caotico via vai del mercato asiatico, la vendita di numerose varietà di pescato. Si offre e si compra, dal singolo pesce a ceste stracolme di una varietà di sardine. In questa atmosfera da bazar portuale sono i bambini e qualche vecchio a trasportare i carichi venduti. Sembra che ogni minore abbia una sorta di boss che li dirige e li indirizza nel trasportare le ceste. Chi sbaglia o lascia cadere qualche pesce viene violentemente richiamato e talvolta picchiato.
I ragazzi si riuniscono in una sorta di piccola cooperativa ed è frequente vedere piccoli gruppi che vanno alla ricerca di lavoro. Le ceste vengono portate dal venditore al compratore quasi correndo. Il peso trasportato dai bambini è notevole e, data la giovane età, lo sforzo sostenuto è molto forte con il rischio di compromettere la fragile muscolatura e il corretto sviluppo della spina dorsale. Non è così difficile notare ragazzi doloranti alla schiena.
Il lavoro minorile è diffuso un po’ in tutto il Bangladesh e culturalmente non viene visto come un problema da affrontare. Nel paese – e qui al mercato del pesce è molto evidente – convivono bambini con i capelli pettinati, camicia stirata e zainetto in spalla che frequentano le scuole elementari e questi piccoli lavoratori che per pochi centesimi, talvolta per un pugno di riso, lasciano o mai hanno frequentato la scuola.
Il lavoro è ancora un work in progress e presto tornerò a Chittagong per approfondire la vita fuori dal mercato di questi bambini ancora too young to work.
‘Ti volevo chiedere…’
by Edoardo on apr.15, 2012, under Generale, Reportage, Viaggi
Ciao Edoardo, ero presente ieri sera all’incontro presso l’associazione Percezioni Fotografiche. Avrei una domanda da porti.
Nella fotografia reportagistica è naturale che la componente soggettiva si debba minimizzare, per cercare di non influenzare troppo il racconto della realtà col proprio punto di vista. Raccontare una storia attraverso se stessi (veicolo) e non una storia di se stessi (attore).
Ti volevo chiedere come riesci a mantenerti “distaccato”, ovvero secondo il tuo giudizio (e eventualmente quali tecniche usi) a pulire lo sguardo per documentare anche quello che non conosci e senza pregiudizi.
Il tutto senza frammentarlo con una struttura culturale, quale quella occidentale, che spesso in paesi del medio o profondo oriente, rischia di precludere la lettura oggettiva delle storie.
Partendo dal presupposto, ovviamente, che la fotografia rimanga inevitabilmente soggettiva perché dall’obiettivo la luce passa all’occhio di un osservatore che non può annullarsi, ma comunque offrire una propria lettura, che sia questa onesta, impositiva o aperta secondo vari gradi.
E’ un po’ il punto chiave dell’approccio reportagistico ed ero incuriosito di sapere come ti poni sulla questione.
grazie
Sandro
Ciao Sandro,
come ti scrivevo ho preferito risponderti qui sul mio blog perché credo valga la pena spendere più di due parole sull’argomento che sollevi e anche perché penso possa interessare un gruppo più allargato di persone.
Parto da una considerazione di Scianna: la Fotografia mostra e non dimostra. Ossia è indubbio che si fotografa sempre ciò che esiste, ciò che in quel momento e in quel luogo era, ma il racconto che leggi dietro ad una foto è sempre filtrato dalla bressioniana visione dello scatto ossia dalla mente, dall’occhio e dal cuore di colui che ha premuto il pulsante e ha fatto in modo che l’otturatore si aprisse permettendo alla luce di creare quell’immagine latente che diventa poi una fotografia. Quindi anche se cerchi di essere il più distaccato possibile il risultato sarà sempre e comunque ‘condizionato’ dalla tua visione e percezione del mondo. Non esiste a mio avviso un reportage puro che documenti in modo ‘asettico’ la realtà. Sarà sempre in qualche modo alterato – ma non modificato – dalla tua sensibilità nel rapportarti con il mondo.
Come ho più volte raccontato durante l’incontro dell’altra sera, per me la fotografia è vivere e le mie fotografie sono un riflesso del mio io, di quello più intimo, di quello che, forse per educazione o per timidezza, non riesco a esprimere con le parole. Quindi dalle mie foto emerge quello che ho dentro e la realtà mostrata inevitabilmente risente di questa mia esigenza. Non potrebbe essere altrimenti. La semplice scelta del bianco e nero rispetto al colore fa assumere allo scatto delle valenze diverse.
McCurry rispondendo a una domanda molto simile alla tua, rispose che per essere dei bravi fotografi e non farsi condizionare da quello che stai vedendo bisogna avere the killer instict. In realtà, anche se per molto tempo ho considerato vera questa sua affermazione senza però riuscire a viverla, adesso sento che non è così. Credo si debba diffidare di quei fotografi che scattano restando ‘freddi’ davanti alla vita che gli passa davanti. Si rischia che alla fine, mentre magari si sta fotografando una persona che soffre, il nostro occhio si preoccupi soltanto della parte formale ed estetica come una sorta di semplice esercizio di stile.
“…Io so che a un certo punto stavo fotografando e piangendo allo stesso tempo. Penso dev’essere stato quando vidi Barney McGuigan morto. Nel mentre lo raggiunsi, le persone erano ancora accalcate presso le cabine telefoniche, proteggendosi dagli spari. Ero solo. Poi un prete arrivò e cominciò a dargli l’estrema unzione. Poi ricordo di avere fatto alcune foto. Ricordo che stavo piangedo mentre lo facevo…” Questo scrive Gilles Peress, uno dei più importanti fotogiornalisti francesi. In pratica il dovere del fotografo è quello di raccontare e di raccontare bene. Utilizzare il tempo e il diaframma corretto, essere alla distanza giusta dal soggetto, muoversi intorno per cercare l’angolazione migliore, ma non credo che una foto ‘potente’ possa essere solo una foto didascalica e impersonale.
Spero di non averti annoiato e di aver in qualche modo risposto alle tue domande.
Buona luce
‘Come faccio a diventare un fotografo come te?’
by Edoardo on apr.07, 2012, under Generale, Reportage
I miei workshops, seminari, incontri in circoli fotografici hanno tutti un elemento comune che li unisce: l’inizio e la conclusione. Parto sempre con un estratto – la prima parte – della risposta ad una lettera che il figlio di George Rodger scrisse a suo padre nel 1970 e termino con la parte finale della stessa.
Rodger è stato, oltre a un grande fotografo, uno dei 5 fondatori della più importante ‘cooperativa’ di fotografi al mondo, la Magnum. Nata in un albergo di New York – si dice stappando una magnum di champagne, da cui il nome – nel 1947 rappresentava allora e lo fa tutt’oggi il gotha della fotografia internazionale. Nel corso degli anni ha perso il suo carattere puramente fotogiornalistico ammettendo al suo interno anche fotografi di diverse discipline e generi. Sicuramente non è più la sola. Sulla sua scia ne sono nate altre che non hanno niente da invidiare alla ‘madre’ di tutte. Ricordo tra le più note la VII fondata da Nachtwey – anche se adesso non ne fa più parte – e dalla Boulat; la VU; la Noor con Zizola e la Fazzina; la Contrasto e altre ancora ugualmente importanti che non sto qui ad elencare.
Navigando in internet e grazie alla segnalazione di un amico ho ritrovato il testo completo della lettera. L’avevo perduto e mi erano rimasti soltanto gli ‘estratti’ che avevo inserito nei miei ‘format’. Così mi sono permesso di fare un ‘copia/incolla’ e di riportare di seguito l’integrale. Credo che la sua lettura sia molto interessante e soprattutto fa riflettere sulla fotografia e sull’approccio che ognuno di noi dovrebbe avere. Tecnica, umiltà, amore. Mi sento di riassumere in questi tre elementi i concetti fondamentali che emergono dalla lettura e che condivido con tutto me stesso.
Lettera di George Rodger, uno dei fondatori della Magnum Photos, al figlio Jonathan
15 luglio 1970
Mio caro Jonathan,
ho appena ricevuto la tua interessante lettera e ti ringrazio per avermi inviato alcune copie delle tue prime fotografie. Mi è piaciuta specialmente quella che hai fatto a Stonehenge in cui hai ripreso, invece delle pietre stesse, la loro ombra sul suolo. E’ alquanto difficile rispondere alle domande che mi poni, ma farò del mio meglio e se non comprenderai subito, ciò accadrà un poco più tardi. La tua prima domanda è senz’altro la principale e credo che rispondendo ad essa lo faccia anche per tutte le altre. Tu chiedi: – Che cosa devo fare per diventare un fotografo come te? – Se tu non avessi aggiunto quel “come te” in fondo alla frase, la risposta sarebbe stata per me molto più semplice. Come si può spiegare qualcosa di non tecnico, di non tangibile e che viene da dentro?
In realtà, avevo comprato un libro, scritto per fotografi principianti, che avrei voluto donarti per il tuo compleanno. Nella prima pagina dice che la luce viaggia ad una velocità di 186.000 miglia al secondo e nell’ultima pagina dice che un’altra parte dell’apparecchio non ancora analizzata è il mirino. Così, poiché vuoi diventare un fotografo come me, non ti regalerò questo libro per il tuo compleanno. Non lo condivido affatto.
Non potrei preoccuparmi meno del fatto che la luce viaggi a 186 miglia al secondo o all’ora o al giorno. E’ davvero irrilevante. Ma invece sono convinto che il non ancora analizzato mirino è tutto ciò che c’è d’importante.
Naturalmente, quando si è davvero all’inizio, bisogna imparare qualche regoletta tecnica. Lo devi fare, se vorrai esprimerti esteticamente attraverso mezzi e strumenti puramente meccanici (il fuoco, il diaframma, la velocità, etc. etc.). Ma questi dovranno diventare in fretta dei riflessi condizionati e poi dimenticati. Essi dovranno diventare per te istintivi come l’aprire la bocca per mordere una mela.
Poi, una volta stabilito questo automatismo, potrai concentrarti su quello che vedi nel mirino perché è attraverso il mirino che tu stabilisci il legame tra la realtà e la tua interpretazione di esso. Ricordalo. Qualunque cosa tu vedi sul vetro smerigliato della tua Rolleiflex è realtà.
La fotografia è ciò che tu fai di essa. Ciò che vedi nel mirino può essere brutto. Il tuo cuore può resistere appena all’orrore di ciò che vedi o i tuoi occhi annebbiarsi per la pietà e per la vergogna. Ma è tutta realtà e tu devi sapere cosa farne. Credo che nessuno saprebbe consigliarti come imparare ad usare la realtà, tranne dicendoti di essere sempre onesto verso te stesso, ma ciò è piuttosto vago. Certamente non puoi interpretare ciò che vedi nel tuo mirino e non puoi farne una buona fotografia, senza averlo prima compreso. Devi riuscire a provare una certa affinità con quello che stai fotografando; devi essere una parte di esso e nello stesso tempo restarne sufficientemente distaccato per poterlo vedere obiettivamente.
Come guardare uno spettacolo dal mezzo del pubblico ma subito partecipandovi col cuore. Sfortunatamente non c’è nessuna formula per questo tipo di “partecipazione”. E’ qualcosa che viene dall’interno. Ma puoi esercitarti in questa direzione. Dipende molto dalla tua propria personale conoscenza del mondo e dalla tua abilità a percepire ed accettare come l’altra gente ci vive. Non andresti mai molto lontano volando in jet a destra e a sinistra, tenendo un costoso apparecchio appeso al collo come un rosario, e pretendendo che il mondo non si muova intanto che tu cerchi qualche elusiva verità. Ma monta piuttosto su una vecchia auto che sia garantita per rompersi ogni qualche centinaia di chilometri e guarda come va a finire. Qualcuno ha detto che maggiori saranno le tue difficoltà, migliore sarai te stesso.
Hai mai osservato un camaleonte? E’ una specie di lucertola che cambia i suoi colori accordandoli a quelli dell’ambiente: è verde nell’erba, marrone su un tronco, rosso pallido sulla latterite. E’ un metodo molto utile che potresti cercare di imitare. Non intendo dire che dovresti diventare color caffè nel Vizagatapam o completamente nero nel Bangassu, ma voglio dire che dovresti trovare quella certa attitudine per non apparire bianco in nessuno dei due posti. Ogni nazione, razza o tribù ha la sua morale, il suo orgoglio e la sua dignità, le sue regole e le sue abitudini e molto differenti le une dalle altre.E tu devi accettare queste cose e più le conosci e meglio è. Sviluppa il tuo metodo di camaleonte fino a saperti mescolare in tutti gli ambienti e sentirti veramente a casa tua sia nella capanna di un beduino che a palazzo reale. Impara le lingue, non solo quelle europee, ma arabo, swahili, urdu; ricorda di non avere mai fretta ad est di Suez o tutti rideranno di te. Impara a mangiare con le bacchette o con le dita, senza, per amore di Allah, usare la mano sinistra.
E ovunque ti trovi, evita i trucchi. Una buona fotografia è basata sulla verità e sull’integrità.
Il trucco è solo un mezzo da poveri uomini per giustificare la loro mancanza di talento, la loro incapacità a comporre una foto senza artifici.
Fa che la composizione della tua immagine sia onesta, pura, forte e ben definita. E’ una questione di disegno e meno complicato esso è, più piacevole risulterà all’occhio.E credo che questo sia tutto ciò che posso dirti al momento. E’ così che io la vedo e la penso e non dico di avere necessariamente ragione. Ma rifletti su tutto ciò e non avere troppa fretta. Mi ci sono voluti più di trent’anni per comprendere e chiarirmi le cose; non mi aspetto che tu le digerisca in mezz’ora.
Ma, per cortesia, non scrivermi la settimana prossima dicendomi che ciò che veramente vuoi fare, terminata la scuola, è il pilota di caccia-bombardiere.
Tuo affezionatissimo padre.
Behind
by Edoardo on apr.03, 2012, under Reportage, Viaggi
Sikh, cioè discepoli, uomini e donne desiderosi di apprendere la verità e di seguire la virtù: questa è l’idea che Nanak, fondatore del movimento religioso dove si conciliano i miglior elementi di induismo ed islamismo, mise alla base per la nascita di questa religione.
Il Sikhismo trae dall’Induismo la credenza nella trasmigrazione delle anime (samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile. Tale congiunzione si ottiene tramite il retto comportamento e la fede in Dio. Come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Secondo il Sikhismo, tutti gli esseri umani sono uguali di fronte a Dio (dunque viene rifiutato il sistema delle caste). Contrario a ogni forma di ascetismo, al celibato, al formalismo dei rituali e al culto delle immagini, il Sikhismo invita i propri seguaci a raggiungere un equilibrio tra gli obblighi spirituali e quelli temporali. La condivisione dei beni è ritenuta una parte importante della vita quotidiana. La fede sincera, le buone azioni ed il lavoro fanno acquistare meriti davanti a Dio.
Uno dei doveri di un bravo discepolo è quello di andare a purificarsi nelle acque del ‘Tempio’. Tra i più importanti luoghi di culti dell’India ci sono: il Golden Temple di Amritsar e il Takhat Keshgarh ad Anandpur Sahib. Mentre il Tempio d’Oro di Amritsar è frequentato per tutto l’anno e accoglie mediamente circa 20.000 pellegrini al giorno il Tempio di Takhat Keshgarh si anima solo in occasione del Festival di Holla Mohalla che cade attorno al primo plenilunio di marzo. La cittadina, poco più di un villaggio con poche migliaia di persone per 360 giorni l’anno, si popola di centinaia di migliaia di devoti Sikh provenienti da tutte le parti dell’India e non solo. Essi vengono accolti in grandi dormitori, elemento comune a ogni tempio. Gli viene offerto da mangiare e da bere. E tutta la gestione dell’accoglienza viene fatta da volontari: gli stessi pellegrini che a turno prestano il loro servizio alla comunità.
Behind vuole mostrare quello che sta dietro al rito del bagno purificatore o della visita del tempio – scopi primari del devoto. Vuole descrivere questo viaggio dietro le quinte del pellegrinaggio. Un percorso in immagini di quanto accade attorno e dietro il momento della preghiera.
Visibilità e concorsi fotografici: POY 2011
by Edoardo on mar.20, 2012, under Matrimoni, Reportage
Nel mondo dell’immagine oggi più che in passato la visibilità è molto importante, direi fondamentale. Alcuni anni fa era necessario farsi pubblicare qualche articolo cartaceo o, se avevi del buon materiale fotografico e trovavi un editore disposto a investire sul tuo nome, magari ti pubblicavano un libro. Qualche mostra, se eri molto fortunato [e bravo come Berengo Gardin], poteva essere utile per metterti in evidenza. Questi erano i mezzi a disposizione per far conoscere il tuo lavoro ed era, nel bene o nel male, il modo perché si parlasse dei tuoi scatti e del tuo approccio alla fotografia. Con l’avvento di internet e, ultimamente, con la diffusione dei social networks le cose sono molto cambiate. Il palcoscenico è passato da un numero più o meno contenuto di lettori – i libri fotografici avevano e hanno tutt’oggi delle tirature limitate – ai potenziali milioni di visitatori che si connettono alla rete. I costi si sono praticamente azzerati, le tempistiche nella produzione dei lavori sono in real time e la quantità di immagini da ‘offrire’ al mondo si è estesa senza un limite superiore. Tutto questo se da un lato ha permesso di diffondere le proprie opere senza dover necessariamente dipendere da terze persone – photoeditor, editori, giornalisti, galleristi – dall’altro siamo stati letteralmente invasi da un numero infinito d’immagini senza alcun controllo di qualità al punto che anche i buoni lavori si rischia vengano fagocitati dall’insieme indefinito di post, tag, foto ricordo, cartoline e quant’altro drammaticamente comunque chiamato ‘fotografia’.
Questa diffusione indiscriminata sta paradossalmente rischiando di riportare nell’anonimato anche i buoni lavori. Cosa fare allora? Un modo sicuramente interessante per avere visibilità è partecipare a contest e awards e in questo internet ci da un aiuto prezioso. Ovviamente si deve avere un prodotto almeno interessante per sperare di ottenere qualche riconoscimento e quindi per essere visti. In qualche modo i concorsi dovrebbe, almeno nelle intenzioni, selezionare il meglio di e quindi portare in evidenza ed elevare dal bazar dell’immagine solo le eccellenze. Naturalmente è importante la qualità del concorso che spesso è data dal presidente di giuria e dalla giuria stessa. Vincere il concorso parrocchiale essendo giudicati da Don Alfredo può essere gratificante per il tuo ego, ma difficilmente ti aprirà ad una importante visibilità. Avere una menzione o vincere un contest con Steve McCurry, Paolo Pellegrin o Grazia Neri in giuria è sicuramente un’altra cosa.
Dicevo che internet aiuta, ma ha anche il suo rovescio della medaglia. Mentre da un lato la velocità e l’immediatezza nella diffusione è un plus per mostrare al mondo quanto prima i propri lavori e i milioni di visitatori aumentano le probabilità di essere visti dalla ‘persona’ giusta dall’altro le regole della competizione si fanno sempre più animalesche. Come te ci sono altri milioni di persone che partecipano al gioco, con le tue stesse aspettative. I competitor sono sempre più agguerriti. Il successo della vincita di un awards dura poco più del tempo di un post su Facebook o di un articolo sul tuo blog. Se sei fortunato dura il tempo della presenza in edicola di una rivista fino all’uscita successiva. Per certi aspetti tutto questo può essere anche gratificante, parafrasando una celebre canzone ‘uno su ventimila ce la fa’, ma il rischio di un ritorno veloce nell’anonimato è molto più alto. Una volta potevi vincere anche un contest per un ‘colpo di fortuna’ e la eco della notizia rimaneva per molto tempo e su quella potevi investire il tuo futuro. Oggi non è così. Devi essere sempre lì, il più in alto possibile e la fortuna ti può aiutare una volta forse due ma poi i risultati continui ad averli solo se sei veramente bravo.
Questa lunga premessa che, a prescindere da una sorta di autoincensimento per quanto segue, credo faccia un’analisi obiettiva e dia anche – per quanto le mie povere parole possono valere – dei consigli a tutti coloro, soprattutto giovani, che stanno avvicinandosi adesso al mondo della fotografia, mi permette di introdurre e condividere con tutti voi che seguite il blog questa notizia comunicatami giusto pochi giorni fa. Sono stato eletto Photographer of the Year 2011 dall’ [Ag]WPJA ossia una delle più importanti associazioni americane di wedding photographers che raccoglie – così si qualifica* – il meglio della fotografia internazionale fotogiornalistica nella sua forma artistica nel settore dei matrimoni.
- *AG|WPJA members are international wedding photojournalists, who excel both in creating outstanding images through a documentary approach, and in the art of post-production processing of wedding photographs. In a nutshell, AG|WPJA photographers take great candid pictures, enhance them using the technology available, and deliver museum-quality images from your wedding day.
Per raggiungere questo traguardo non basta vincere un concorso, ma è frutto di una serie di vittorie e piazzamenti continui.
Questo riconoscimento può sembrare un punto di arrivo, in realtà proprio per quanto detto in precedenza, non è altro che uno stimolo ad andare oltre. A cercare nuovi traguardi, a superare altri limiti. Ti spinge a lavorare anche sul tuo modo di vedere il mondo attraverso la ‘camera’ per esplorare nuove prospettive fotografiche e aprirsi così a nuove sfide e diversi obbiettivi. Ma da adesso è ancora più dura.
Non è mia intenzione esaltarmi, ma sono orgoglioso di questo risultato e avevo voglia di condividerlo con chi mi segue. Come ho scritto in un altro mio post, per la fotografia ho sacrificato tanto, ma la fotografia se ne hai le capacità e un po’ di fortuna di rende indietro molto di più.
Buona luce
Il reportage nel matrimonio, questo sconosciuto
by Edoardo on feb.19, 2012, under Matrimoni, Reportage
Ad una domanda di un giornalista su quale fosse la sua professione Scianna rispose: ‘faccio il fotoreporter, qualsiasi cosa questa parola voglia dire’. A fronte di quanto ho vissuto in un recente servizio di matrimonio, non posso che essere d’accordo con lui. Soprattutto in questo ambiente non si ha la più pallida idea di cosa vuol dire fare del reportage. Vi racconto velocemente ciò che mi è capitato.
Sabato mattina, sveglia all’alba e partenza verso casa della sposa. Mi aspetta una giornata campale – quando nei miei workshop faccio un parallelo tra il fotografo di guerra e quello di matrimonio talvolta non è solamente una provocazione – pranzo e cena con relativi balli, insomma 15 ore di fotografia senza soluzione di continuità. Dopo poco che ho iniziato a scattare arriva il videografo. In genere preferisco ‘lavorare’ con chi conosco perché è importante per entrambi essere in sintonia onde evitare incomprensioni nelle modalità di esecuzione.
Presentazioni di rito e curiosità reciproca nel sapere come è l’approccio di ognuno al matrimonio. Mi sento dire che fa del ‘video giornalismo’, del reportage. Beh anche se è la prima volta che lavoriamo insieme mi sento più tranquillo. Per la prima mezz’ora tutto sembra procedere secondo i canoni classici del racconto, ma già alle ‘scarpe’ iniziano i primi dubbi. ‘Spostati, aspetta, ripeti, ancora…’, beh forse la luce non era corretta per la telecamera. La sposa scende le scale di casa ma all’ingresso in macchina la scena si ripete al punto da far riaprire e chiudere lo sportello almeno 3 volte così come all’arrivo in chiesa dove il padre ripete la ‘scena’ dell’uscita dall’auto da diverse angolazioni. I miei dubbi si fanno certezze e inizio a preoccuparmi nel momento in cui entro in chiesa e vedo ai lati dell’altare due Ianiro da almeno 500 watt l’uno.
Tutti i miei discorsi agli sposi sul lavorare con luce ambiente per non alterare l’atmosfera intima e ‘riservata’, per non essere invasivi, per non rovinare l’addobbo floreale vengono meno, ma quello che mi preoccupa di più è tutta la gestione successiva della giornata. In chiesa ancora ancora in qualche modo si riesce a ‘convivere’, ma dopo?
L’uscita alla fine della cerimonia è un percorso a tappe: e ripresa sull’altare, e ripresa da dietro e fermati davanti alla porta e… uno, due e tre fuori con tanto d’indicazioni agli ospiti su quando lanciare il riso misto a petali. Ma il ‘peggio’ doveva ancora arrivare. Nei quindici minuti in cui l’operatore smonta e mette a posto il ‘set’ che ha allestito in chiesa io con il mio assistente facciamo una serie di scatti agli sposi mentre stanno salutando gli ospiti. Per me potrebbero salire in macchina in quanto eravamo già in ritardo sulla ‘tabella di marcia’ a causa dei classici tempi lunghi sia dell’omelia che dei baci-abbracci fine cerimonia. Onestamente non ho idea di cosa gli abbia fatto fare ma dentro la macchina chiusi con l’operatore sono stati almeno 10 minuti.
Lungo la strada verso il ‘venue’ ci siamo fermati – nelle mie intenzioni per 10 minuti – per fare degli scatti ‘solo sposi’. Come è mia abitudine do indicazioni alla coppia di camminare liberi di fermarsi quando vogliono, di parlare, ridere, scherzare, raccontarsi la giornata, interagire con l’ambiente. Una scolaresca in vacanza applaude ai novelli sposi. Ecco che all’operatore in puro ‘stile reportage’ brilla nella mente l’idea geniale. ‘Allora sposo e sposa fermi mentre tutta la scolaresca si allontani e al mio via inizi a correre incontro alla coppia. Che forte! Altrimenti si fanno sempre le stesse cose’. Io assisto basito alla scena e quando, successivamente, fa sedere lo sposo sul gradino di una porta e dice alla sposa di raggiungerlo, mettersi sulle sue ginocchia e baciarlo, beh… Queste scenette di puro giornalismo d’azione si sono ripetute per almeno mezz’ora intervallate ogni tanto da domande rivolte a me o al mio assistente del tipo: ma non li prendete da soli per fare dei ritratti?
Non sto a raccontarvi il prosieguo della giornata, ma basta un minimo di fantasia per immaginare come sia andata avanti. Ogni tanto dalla sala vedevo gli sposi uscire con l’operatore per poi rientrare dopo venti minuti. Questo fino a notte inoltrata.
Non so quale sarà il risultato finale e non è assolutamente nelle mie intenzioni criticarne il lavoro. Magari alla fine verrà fuori un servizio video bellissimo, quello che però mi fa pensare è il concetto che si ha di reportage e soprattutto quello che viene ‘venduto’ agli sposi come tale. Purtroppo già in passato ho avuto modo di scrivere molto su questo argomento perché è importante che soprattutto gli ‘addetti ai lavori’ abbiano le idea chiare su cosa vuol dire raccontare una storia senza fare della fiction. In effetti se nel nostro paese su 100 fotografi di matrimonio ce ne sono almeno 98 che si ‘vendono’ come reportagisti forse è veramente poco chiaro il significato di questa parola.
Fare del buon reportage qualsiasi cosa si documenti è piuttosto difficile e richiede un’esperienza, un approccio, un occhio fuori del comune. Non mi sembra che in Italia – nell’ambito della ‘Fotografia di Matrimonio’ – ci siano tutte queste eccellenze. Ma forse mi sbaglio!
Buona luce
Ma quanto costa, in fondo è solo una fotografia
by Edoardo on gen.15, 2012, under Generale, Senza categoria
Guarda sotto la superficie: non lasciarti sfuggire la qualità o il valore intrinseco delle cose. [Marco Aurelio]
Curiosando nella rete mi sono imbattuto in un post di un collega americano che ha scritto delle considerazioni interessanti sul fatto che oggi – direi grazie o per colpa del digitale – non si da più valore allo scatto fotografico.
Certo le numerose agenzie di stockimage che vendono immagini a pochi centesimi hanno contribuito a dare il colpo di grazia a un settore già da tempo in crisi. Sommiamo a questo tutta una serie di photoeditors che – magari sotto pressione dell’editore – si accontentano di albe e tramonti fatti dal vicino di casa ed ecco giustificato il titolo di questo blog.
L’ho già sottolineato altre volte, purtroppo la cultura fotografica comune nel nostro paese è piuttosto scarsa e se anche i media che dovrebbero fare cultura ci presentano dei prodotti di dubbia qualità non ci dobbiamo meravigliare se poi sono in pochi a capire il valore di una fotografia.
Prendo come foto di riferimento uno scatto – scelto volutamente tra quelli meno interessanti - fatto diversi anni fa quando ancora non avevo degli assignment (quindi del tutto o almeno in parte spesato) e dovevo sostenere tutti i costi di realizzazione e lo rapporto finanziariamente ai costi che avrei sostenuto oggi. Questa estrapolazione temporale non cambia i contenuti e il senso dell’articolo. Tutte le cifre sono espresse in euro.
800 il costo dell’aereo fino a San Francisco. 400 il costo dell’auto a noleggio per raggiungere Yellowstone. 3 notti all’interno del parco altri 300. La macchina fotografica utilizzata una Nikon D3s da 4500 con obiettivo 17-35 f/2.8 altri 1500. Un computer portatile MacBook Pro per il download altri 1500 euro. Tornato a casa ho ottimizzato la foto su un IMac 21,5” altri 1500 usando il software Capture NX2 per altri 200. Archiviato il tutto su un Raid da 2TB e sono altri 400.
Il totale 11.400 euro
Quindi un magazine, un photoeditor di qualche rivista, un webmaster, uno studio grafico o pubblicitario che desidera usare questa foto non venga a dire che la utilizza gratis oppure che sono sufficienti dei credits perché è solo una fotografia. IO HO VISTO questo scatto ed è ovvio che devi scrivere che SONO IO l’autore. Ti potranno dire: beh dai credits qualcuno vede chi sei e se gli piace la foto ti contatterà e ti chiederà degli altri scatti. Io rispondo: la prossima volta che vai a cena fuori prova a dire al cameriere che non paghi il conto, ma che dirai a tutti i tuoi amici come si mangia bene lì e come è buono il servizio.
Se sei uno studio grafico avrai il tuo budget da spendere e quello è il tuo dovere di pubblicitario. Sei sei l’editore di una rivista come puoi pretendere che coloro che scrivono gli articoli lo facciano gratis o che la tua segretaria lavori per niente.
Qualcuno potrà ribattere che la singola foto dell’esempio non mi è costata 11.400 euro, ovvio che no, ma se te la vuoi realizzare dovrai spendere una cifra simile sempre che tu sia in grado di farla (ma questo aprirebbe un altro argomento di discussione e quindi lo accantoniamo).
Vi linko http://www.flickr.com/photos/johnmueller/6643032477, per doveroso rispetto all’autore, il testo originale al quale mi sono ispirato. John Mueller fa anche altre considerazioni, legate alla specificità della sua attività, che però non riguardano il pensiero che volevo esprimere. Io concludo dicendo che quando guardate una foto, un servizio di matrimonio, un reportage di viaggio, uno scatto in studio non limitatevi alla ‘superficie’ dell’immagine, ma riflettete su quanto c’è dietro. Il costo orario di un professionista è dato dalla somma dei sessanta minuti più tutti gli anni d’esperienza che ha alle spalle oltre all’ammortamento dell’attrezzatura in suo possesso. Soltanto perché la foto è stata fatta in digitale non vuol dire che è stata realizzata a costo zero.
Buona luce
Il PORTFOLIO fotografico
by Edoardo on gen.05, 2012, under Generale, Reportage, Senza categoria
Cosa s’intende per Portfolio non è così chiaro e soprattutto i fotografi stessi ne hanno un concetto piuttosto vago. Quando conduco dei worskhops in genere al termine chiedo a chi lo desidera se vuole mostrarmi dei suoi lavori.
Spesso mi vengono sottoposti a lettura una miscellanea di scatti senza un benché minimo senso logico. Si mescolano foto fatte in vacanza con la famiglia a quelle di matrimonio a magari un progetto del quale però si vede una sola foto messa lì soltanto perché era ‘bella’. Credo invece sia importante avere un’idea precisa di quello che s’intende per Portfolio.
Facendo una ricerca in internet si trovano diverse definizioni e quelle che più condivido sono state enunciate da alcuni docenti DAC della FIAF che riporto più avanti.
Personalmente ritengo che il Portfolio sia una raccolta omogenea di un numero limitato d’immagini che, nella presentazione di una idea creativa, identifichi lo stile, la sensibilità e il modus operandi di un fotografo. L’omogeneità oltre che stilistica dovrebbe essere anche visiva. La successione delle foto deve essere tale che la successiva deve aggiungere o approfondire qualcosa a quella che la precede e nel suo insieme deve raccontare il progetto del fotografo. Si deve percepire nella visione il dipanarsi di un filo conduttore che porta il lettore a capire anche la personalità dell’autore in una sorta di confessionale muto in cui il fotografo mette a nudo se stesso. Ogni foto deve essere la tessera di un puzzle, ognuna diversa dall’altra, ognuna necessaria e indispensabile, ma deficitaria e limitata se presa e letta singolarmente. Un racconto la cui sintassi e narrazione è il biglietto da visita del fotografo.
Per continuare le analogie con il racconto potremmo seguire la regola, cosiddetta delle 5W, a cui i giornalisti fanno riferimento quando devono scrivere un articolo: Who, What, When, Where, Why ai quali in genere si aggiunge un How. Seguendo questo schema si può iniziare a dare un senso logico a una storia anche dal punto di vista fotografico ricordandosi però che l’immagine ha una lettura visiva e quindi con delle caratteristiche e tempi diversi dalla scrittura. Non è detto che l’ordine progressivo debba essere quello giornalistico così come la presenza effettiva di tutti e cinque le ‘W’, ma credo che tali elementi siano un ottimo punto di partenza anche nella preparazione di un portfolio. Infine l’editing – uso del colore, del bianco e nero, post-produzione più o meno aggressiva – riveste un ruolo importante e deve essere visivamente omogeneo.
Perciò ben vengono anche foto di matrimonio, ritratti, opere concettuali e quant’altro ma che abbiano un susseguirsi logico, in qualche modo omogeneo e identificante di colui che le ha realizzate.
Come dicevo qui di seguito elenco altre interpretazione del Portfolio che, bene o male, si equivalgono l’una con l’altra e anche con la mia idea.
- So di trovarmi davanti a un portfolio quando l’insieme delle immagini che mi viene presentato costituisce un luogo della mente o dello spazio o del tempo: ogni singolo scatto realizza con il precedente e con il successivo una sinergia che amplifica il risultato, dilata la percezione, penetra l’obiettivo e approfondisce un tema. Ogni portfolio ha il suo ritmo e la sua grammatica, il suo fluire o il suo singhiozzo, restituendo l’idea dell’autore alla complessità dei sentimenti, dell’analisi o del racconto, alla forza delle evocazioni, dei ricordi o delle paure. Il portfolio è una modalità espressiva che può far uso delle più diverse tecniche e soluzioni scenografiche, è la ricerca di una profondità, tra le tante raggiungibili, che tiene conto dei molteplici solleciti contemporanei e fissa l’attenzione sulla persistenza, oppure sull’evolversi del motivo ispiratore. Un portfolio è un insieme di tessere che compone il caleidoscopio dell’avvenimento.
Cristina Paglionico – Docente DAC – FIAF
- Per portfolio si intende una raccolta di immagini, numericamente limitata, atta a mettere in successione una sequenza di immagini strettamente concatenate, ognuna densa di significato, il cui accostamento alla precedente ed alla successiva determini un arricchimento in comunicazione e possibilità di comunicazione di un fatto, di una sensazione o di un’idea creativa…. La realizzazione di un portfolio, dunque, dovrebbe rappresentare la naturale evoluzione del linguaggio dei fotografi, divenendo “indice” della loro maturità espressiva. La scelta accurata di un argomento, lo sviluppo della sequenza narrativa (sia essa a ciclo chiuso o a ciclo aperto), la possibilità di esprimere idee chiare (procedendo per analogia o per contrasto), sono ulteriori passaggi che, uniti alle scelte operative connesse ad ogni singolo scatto, consentono all’autore di elevare il tenore della sua comunicazione, trasformando la fotografia in un complesso, articolato e fortemente significativo sistema di espressione.
Gabriele Leanza – Docente DAC – FIAF
- Si può intendere per “portfolio” un complesso coerente di immagini finalizzate a esprimere un’IDEA centrale. I soggetti delle singole foto (il “cosa”’) e il modo scelto dal fotografo per rappresentarli e ordinare le immagini in sequenza utilizzando il valore espressivo degli accostamenti (il “come”) devono essere in grado di comunicare con logica e chiarezza l’IDEA scelta dal fotografo, e cioè il significato del Portfolio (il “perché”). I significati possono spaziare in molte direzioni: documentaria, narrativa artistica o tematica, creativa, concettuale e altre ancora.
Definizione ufficiale FIAF
Per avere un’idea di qualche esempio pratico consiglio vivamente di dare un occhio a un qualsiasi reportage dei fotografi dell’agenzia Magnum, della Noor o della VII. E’ un bell’esercizio visivo oltre a fare la conoscenza di importanti fotografi contemporanei.
Buona luce
Polaris Photo Contest 2011 – i vincitori/the winners
by Edoardo on dic.21, 2011, under Generale, Senza categoria, Viaggi
Sono estremamente lieto di comunicare, in anteprima sul mio blog, i vincitori del Polaris Photo Contest 2011. Il concorso giunto quest’anno alla terza edizione ha dato ‘filo da torcere’ alla giuria nel selezionare le foto vincenti tra le centinaia che hanno raggiunto la fase finale. Devo dire da presidente NON votante ma che ha avuto l’opportunità di visionare tutte le foto che il livello dei partecipanti è stato alto e che quindi il lavoro dei giurati deve essere stato alquanto complesso nello scegliere le tre vincenti per categoria.
Terre e Popoli in viaggio
1° posto: Annalisa Natali con la foto ‘Father and son’
2° posto: Maurizio Benedettini con la foto ‘Fuori dal coro’
3° posto: Luigia Giovannini con la foto ‘La manicure di Trinidad’
Wildlife
1° posto: Angiolo Manetti con la foto ‘Ghost from the Earth’
2° posto: Vittorio Ricci con la foto ‘Open spaces’
3° posto: Mauirizio Benedettini con la foto ‘Appena in tempo’
Nel congratularmi con tutti e 5 i vincitori vorrei spendere due parole sulle due vincenti assolute di categoria.
Riguardo ad Annalisa Natali direi che è una riconferma della sua bravura essendo stata vincitrice anche della prima edizione del Polaris. A ulteriore conferma del suo ‘occhio’ ricordo essere stata vincitrice (addirittura 1°, 2° e 3° posto) anche del Concorso Acqua indetto dall’associazione 42mm con Presidente di Giuria niente meno che Paolo Pellegrin dello scorso Aprile. E’ veramente una brava fotografa anche se non è la sua professione. Riguardo alla foto: trovo molto interessante questo ‘controcampo’ in cui il soggetto in primo piano, volutamente inquadrato senza testa, ci porta l’attenzione sul bambino sullo sfondo. Il gioco delle mani accentua l’espressione tra il timido e il sorpreso del bambino stesso. E’ una foto, come un po’ tutte quelle della ‘ultima’ Natali, che invita a riflettere. La didascalia ci aiuta a capire che siamo a Cuba legando quindi le due persone al viaggio mentre l’atteggiamento di entrambi ci predispone a farci domande sul rapporto familiare di un popolo.
Ovviamente non essendo un fotografo naturalista ho più difficoltà a giudicare nei dettagli la vincitrice del Wildlife. La foto presenta una situazione non originalissima – l’Antilope canyon vicino a Page negli Stati Uniti – ma in questo scatto si legge qualcosa di diverso. Una sorta di luce quasi soprannaturale – non per nulla si parla di fantasmi nella didascalia – che sembra effettivamente nascere dalla terra. Sicuramente una buona composizione e un’armonia nei colori ben espressi. Anche Angiolo Manetti non è vergine da premi o similari. Mi fa piacere sottolineare una menzione nella sezione ‘luoghi’ dell’ultimo concorso del National Geographic Italia.
Prossimamente sul sito del Polaris Contest verranno pubblicate, nei dettagli con relative immagini, le foto premiate con le menzioni d’onore e le menzioni semplici. Di seguito mi limito a elencare i nomi degli autori delle relative sezioni.
Terre e Popoli in Viaggio
Menzione d’onore
Antony Pappone
Luciano Lupato
Vincenzo Tessarin
Menzione
Silvia Landi
Rosario Lo Presti
Luca Vasconi
Edgard De Bono
Wildlife
Menzione d’onore
Elisabetta Rosso
Aurelio Bormioli
Francesco Ciccotti
Menzione
Maurizio Benedettini
Nicola De Stefano
Alessandro Del Bene
Marco Urso
Beh che altro dire. Un grazie formale e pubblico a tutti i giurati che hanno fatto alla grande il loro compito. Un grazie a tutti i partecipanti e un invito a rinnovare la sfida il prossimo anno.
Buona luce




























