Edoardo Agresti

L’album di matrimonio, una tradizione da salvaguardare

by Edoardo on apr.14, 2014, under Generale, Matrimoni, Reportage

Un box in legno che lega la tradizione a una presentazione un po' diversa. Design e idea di E. Agresti

“Credo che la massima ambizione per una fotografia sia di finire in un album di famiglia” dice Ferdinando Scianna e aggiunge “la novità introdotta dalla Fotografia, il suo scandalo, in un certo senso, consiste nel fatto che le immagini fotografiche, per la prima volta nella storia dell’umanità, ci hanno fornito immagini non fatte, ma ricevute, piccoli strappi di esistenza. Ed è per questo motivo che le incolliamo nei nostri album di famiglia”.

Da una immagine possono nascere ricordi, emozioni, sensazioni, far smuovere dentro di noi dei pensieri assopiti. Roland Barthés lo racconta bene guardando la foto stampata di sua madre. L’album è una sorta di cassetto della nostra memoria, racchiude tutto quello che è stato, è un enorme database del nostro passato, è quello che ci resta di ciò che fu’. Spesso capita di piangere, di ridire, di arrossire, di arrabbiarsi, di intristirsi, di riaccendere una speranza nello sfogliare le pagine di un album.

L’antonomasia dell’album di famiglia è certamente l’album di matrimonio, punto di arrivo di due vite diverse e punto di partenza di una nuova famiglia. Potrebbe essere il primo volume dell’enciclopedia di un nuovo vivere al quale si aggiungeranno quelli caratterizzanti il futuro cammino insieme.

Una tradizione però che rischia di scomparire.

Sempre più spesso ricevo la richiesta di avere solo le foto in formato digitale, magari pronte per essere condivise nei social network. Si sta perdendo l’idea di stampare le foto e di attaccarle nell’album. Questa assenza è stata preceduta dal cosiddetto album libro che combina le tecniche digitali con la stampa analogica. Una soluzione che non amo particolarmente; sono e resto legato, in questo caso, alla tradizione. Mi sento molto più in sintonia con nn prodotto curato a mano da bravi artigiani italiani, magari dal design contemporaneo e con materiali alternativi però sempre e comunque rilegato con le foto stampate e incollate. Credo che il piacere di sfogliare ogni pagina inframmezzata dalla velina, sia una emozione che si ripete nel tempo e che non potrà mai essere sostituita da una qualsiasi altra forma di presentazione.

Un album in plexiglas dal design moderno. 5punto6

Un album più classico in pelle realizzato a mano da artigiani italiani. In evidenza il logo EA. Acerboni

Anche se ritengo che l’album rilegato sia un prodotto senza tempo, credo sia importante capire il presente e cercare di integrare il classico con il nuovo. Ben venga quindi una pen drive che raccoglie una selezione degli scatti più interessanti delle nozze. E’ indubbiamente più pratica, non ingombra, non pesa e ci si può portare ovunque. Grazie alle foto in forma digitale si può creare uno slide show da vedere sullo smartphone, si possono condividere sui social e taggare con il nome degli amici protagonisti insieme a voi nello scatto. Un modo di vedere la foto che annulla le distanze, immediato e anche spesso divertente. E’ importante quindi che il fotografo si adegui alle nuove esigenze della condivisione digitale, ma credo sia anche importante che cerchi di mantenere viva la tradizione dell’album classico. La classicità appunto, che niente ha che vedere con il vecchio, il superato, l’antico.

Credo che ognuno di noi dovrebbe saper argomentare davanti alla coppia l’importanza di un tale oggetto. La condivisione digitale è intrigante, porta alla visione di una platea molto più ampia, ma dura pochi minuti e, anche se rimane fluttuante nella rete, poi scompare sostituita dalla foto delle vacanze o dalla cena con gli amici. C’è chi arriva a proporre addirittura il ‘fotografo social’, ossia un team di professionisti armati solo di smartphone che in tempo reale durante le nozze condividono nelle varie piattaforme tutta la giornata. No, credo che si debba continuare, parallelamente alle nuove opportunità digitali, a proporre la foto stampata, magari una bella fine art su carta cotone e ad incollarla su un supporto. Ce ne sono di veramente diversi e molto belli: dalle schede di un pregiato cartoncino Fedrigoni raccolte in un contenitore di plexiglass satinato o in una scatola in legno alle pagine nere di un album 5Punto6 dal design contemporaneo o quelle avorio di un album in pelle dalla manifattura artigiana Acerboni o Bandinelli.

Quindi un elogio alla tradizione ma con un occhio sempre attento rivolto ai cambiamenti dei tempi.

Buona luce

P.S.: o citato solo 3 artigiani che fanno album handmade in Italia, ma ce ne sono molti altri altrettanto bravi oltre a numerose aziende che producono foto libri. Con i 3 citati ho una collaborazione in corso e quindi conosco personalmente i loro prodotti e ne posso parlare con causæ cognìtio

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Quando la ‘lingua’ cambia la sostanza

by Edoardo on mar.12, 2014, under Generale, Matrimoni, Reportage

Il pre matrimoniale proposto oggi come 'engagement session'

Sono quasi 20 anni che fotografo i matrimoni e nel corso di questi 4 lustri ho visto cambiare tante cose in ambito a questo genere fotografico. E’ praticamente scomparso il medio formato e il flash a torcia, il mitico Metz 45 CT5. Con l’avvento del digitale ho assistito a una vera rivoluzione. Gli album tradizionali – con qualche eccezione, io sono uno di quelle – sono stati sostituiti dai fotolibri. I provini stampati, da DVD e chiavette USB. Il cross processing ottenuto dallo sviluppare in bagni C-41 pellicole nate per l’E-6, sostituito da qualche plug in di Photoshop. Bruciature e mascheratura fatte sulla carta in fase di stampa ottenute adesso con regolazioni di luci e ombre in fotoritocco. La spuntinatura dei bianco e nero manuale sostituita dal magico ‘tampone’. Per non parlare poi dello stile. Siamo passati – devo dire negli ultimi 3-4 anni con un’accelerata degna del mitico Senna – dalla foto posata e il taglio della torta pre festa, a un più dinamico e interessante stile fotogiornalistico. Insomma si è assistito a un cambiamento radicale della nostra professione dall’approccio con la coppia alla presentazione del lavoro finale. Però…

Si c’è un ‘però’ curioso che ho notato in quest’ultimo periodo. Nel nostro Sud andava molto di moda il cosiddetto prematrimoniale, cioè fare delle foto e/o video prima del grande giorno in atteggiamenti romantici e sdolcinati. Devo dire che l’ho sempre trovato molto poco interessante e decisamente ‘vecchio’ come idea fotografica, ma.. guarda oggi quanto viene richiesto ed è cool fare delle ‘engagement session‘. Ho sempre criticato e considerato assurdo far rivestire gli sposi magari al ritorno dal viaggio di nozze e invece ecco spuntare il ‘trash the dress‘. La foto posata o costruita l’ho sempre rifiutata per principio, ma adesso si propone il ‘creative portrait‘. Quando usavi la pellicola la scelta della marca era determinante perché la corrispondenza cromatica con la realtà era fondamentale, così come la grana nel colore, il  minimo possibile. Ecco che si prendeva la Fuji per i ‘verdi’ e la Kodak per l”incarnato’, mentre la TriX era il must per il bianco e nero. Adesso è trendy la foto ‘vintage‘. Quando la sposa si metteva l’abito era (e credo lo sia anche oggi) buona educazione chiedere il permesso di fare qualche scatto durante la vestizione onde evitare fotografie in biancheria intima che potevano imbarazzare genitori e nonni, ma oggi ecco direttamente dagli Stati Uniti il ‘wedding boudoir‘.

foto posata diventata 'creative portrait'

Far rivestire la sposa al ritorno dal viaggio di nozze si chiama oggi 'trash the dress'

Colori slavati ottenuti in digitale fanno una foto 'vintage'

Che dire è bastato passare dall’italiano all’inglese per dare un’aura di novità a qualcosa che era ormai diventato ‘old fashion’.

Buona luce

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Magari fare una bella foto fosse facile!

by Edoardo on mar.03, 2014, under Generale

To take a photograph is to participate in another person’s mortality, vulnerability, mutability. precisely by slicing out this moment and freezing it, all photographs testify to time’s relentless melt.

Susan Sontag

La fotografia fatta a occhi chiusi da un 'barbiere'

Ho letto di un curioso esperimento in cui è stata data una macchina fotografica ad un barbiere che niente aveva a che fare con il mondo della fotografia, gli sono stati bendati gli occhi e gli è stato detto di fotografare una modella la quale si limitava a dirgli dove si trovava nello spazio davanti a lui. Il risultato è stato che uno degli scatti fatti, debitamente ritoccati in post produzione, è stato pubblicato sul sito di Vogue Italia. L’autore dell’esperimento – noto fotografo di moda italiano – ne deduce che oggi è molto facile fare una bella fotografia.

Questa cosa mi ha fatto riflettere e, come mi capita sempre più spesso, ho voluto condividere le mie perplessità con chi avrà la pazienza di leggermi. Prima di tutto mi sono chiesto perché tale esperimento dovrebbe essere legato all’oggi, sottointendendo – ma è una mia deduzione – che è il digitale che ha permesso questo. Forse sarebbe costato di più ma se la stessa cosa fosse stata fatta con la pellicola 30 anni fa quando già esisteva l’autofocus e un buon sistema esposimetrico on camera, si sarebbe ottenuto lo stesso risultato. Non solo, ma se per assurdo legassi una macchina fotografica programmata in time lapse al collare di un cane credo che si otterrebbe anche in questo caso una o più foto da pubblicare su una rivista specializzata in animali domestici. Da quest’ultimo esperimento cosa si dovrebbe dedurre che anche i cani sanno fotografare? Oppure se lanciassi una macchina fotografica in aria impostando l’autoscatto e lo facessi n volte otterrei molto probabilmente una scatto da pubblicare su qualche magazine di fotografia creativa, ma anche in questo caso cosa dovrei dedurre che la camera stessa è ‘fotografa’?

No permettetemi di dissentire. L’esperimento è privo di senso, non credo possa portare a nessuna conclusione se non che per la legge dei grandi numeri o più banalmente per semplice statistica anche un animale che fa migliaia di foto a caso una ‘corretta’ esce fuori.

Altra riflessione. Nel momento in cui ho una modella – si presuppone professionista – che dà indicazioni a colui che scatta, che viene messa da un fotografo di moda in un certo ambiente, con una certa luce e con un certo sfondo e viene data, sempre a colui che scatta, una macchina fotografica già regolata ancora dal professionista nella modalità di scatto più adatta alla scena, corredata di un obiettivo anch’esso scelto dal fotografo beh direi che la foto alla fine è già fatta. Se a premere il pulsante di scatto non è il fotografo che ha ‘costruito’ la scena cosa cambia? Allora certe foto di Antoine D’Agata dove è lui il protagonista dell’immagine non sono ‘sue’? Oppure quel genio della fotografia camaleontica di Liu Bolin non è un fotografo?

Una fotografia di D'Agata dove lui stesso è il soggetto fotografato

Una fotografia di Liu Bolin con Liu Bolin fotografato

Non capisco onestamente nemmeno la provocazione, se di quella si tratta. Cosa si vuole provare? E perché? Non credo faccia bene alla fotografia in generale sostenere che un ‘semplice’ barbiere sia in grado di fare delle immagini belle – perché non è vero – soprattutto se questa affermazione viene da un noto professionista. Allora si giustifica il non pagare una foto, tanto tutti sono in grado di farla. Si giustifica il ‘mi dispiace non c’è budget, alla fine poi cosa hai fatto solo una fotografia’. Perché chiamare un professionista in fondo basta il vicino di casa. Dove sta allora il valore di una foto?

No mi dispiace fare una bella fotografia non è assolutamente facile, non lo è oggi e non lo è mai stato.

Un bello scatto ce lo insegna Bresson cosa vuol dire: mente, occhi e cuore in sintonia. Con tutto il rispetto per la foto scelta e per il photoeditor che ha deciso di pubblicarla mi sembra che siamo molto distanti da poter considerare quella fotografia bella. Se poi il messaggio che voleva passare era un altro, qualcuno me lo spieghi io non l’ho capito.

Buona luce

[Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d'autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

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World Press Photo 2014, che invidia

by Edoardo on feb.16, 2014, under Generale, Reportage

SIGNAL, foto di John Stanmeyer World Press Photo of the Year

Sono trascorsi solo pochi giorni dalla comunicazione dei vincitori dell’ultimo WPP ma già dalle prime ore – come ogni anno del resto – si sono moltiplicati articoli e condivisioni sui vari social network di chi è super contento dei risultati e di chi invece ne è rimasto molto deluso. E’ un po’ la stessa storia che accompagna ogni concorso, ovviamente più questo è importante e internazionale e proporzionalmente maggiori sono la eco dei giudizi in positivo e negativo.

Non voglio – anche perché non credo nemmeno di averne le competenze necessarie – entrare nel merito delle scelte della giuria che ha fatto comunque un lavoro immenso nella selezione e classificazione delle quasi 100.000 immagini pervenute. Mi limito a fare delle osservazioni sulla foto vincitrice e in generale su alcuni aspetti che mi lasciano perplesso, una sorta di pensieri a voce alta che ho piacere di condividere in rete con chi avrà la pazienza di leggerle.

La fotografia di John Stanmeyer, che da molte parti viene attaccata come una sorta di pubblicità di una compagnia telefonica, a me piace molto. Si esce dalla logica – rotta peraltro anche alcuni anni fa con le donne iraniane di Masturzo – di premiare foto legate alla guerra e alla morte come se soltanto questo aspetto fosse foto giornalismo. Prendo in prestito le parole di Alessia Glaviano – giurata in questa edizione del contest – che la descrive in modo sublime. ‘Un’immagine che ritrae un gruppo di migranti, di notte, sulla spiaggia di Djibouti che alzano i loro cellulari nella speranza di prendere il segnale dalla vicina Somalia. Djibouti è un punto di sosta comune per coloro che cercano di lasciare la Somalia, l’Etiopia e l’Eritrea per migrare verso l’Europa o il Medio Oriente in cerca di una vita migliore. È un’immagine straordinariamente poetica piena di simbolismo e significato. Le persone sono ritratte come sagome in silhouettes contro il buio della notte illuminata solo dalla luna la cui luce fa eco con gli schermi dei cellulari illuminati. E’ impossibile rilevare le caratteristiche del viso della gente, sono sconosciute proprio come la condizione della maggior parte di queste persone dimenticate dal mondo, lasciate appese tra una civiltà che non permette loro di sopravvivere e un’altra che non le consente di integrarsi. I telefoni cellulari, un’appendice necessaria a tutti noi, sembrano creare un ponte tra questi due mondi, tra noi e loro, tra passato e futuro.’ A questa bella analisi mi permetto di aggiungere un senso di attesa che questa immagine mi trasmette, non legata a rassegnazione bensì ad una sorta di speranza, nel futuro. Un ‘segnale’ positivo.

Detto questo ci sono alcune cose che mi lasciano un po’ stupito e perplesso. Mi è capitato di partecipare a letture portfolio condivise fatte da importanti photoeditor e/o fotografi internazionali e ho partecipato a workshop su come fare un corretto editing tenuti da personaggi molto noti nell’ambito della fotografia, tra l’altro anche giurati in precedenti edizioni del WPP. Beh quello che viene continuamente ribadito nella presentazione del proprio lavoro è l’importanza della successione delle foto – in particolare quella di apertura e di chiusura – e il fatto che ogni scatto deve necessariamente aggiungere qualche elemento descrittivo nuovo a quello che segue e che precede. Osservando molti dei lavori presentati in questa edizione del WPP questa considerazione non traspare anzi. Si osservano molte foto che sembrano addirittura doppie. Questo aspetto mi ha molto sorpreso.

ICH BIN WALDVIERTEL, foto di Carla Kogelman. La didascalia 'Hannah and Alena' si ripete uguale per 11 delle 12 fotografie della serie

Altra cosa. In ogni contest internazionale, dal POYi al PDN, si sottolinea come sia importante accompagnare ogni scatto da una corretta didascalia. Mi ricordo ad un workshop a cui partecipai un paio di anni fa, la master mi disse che la ‘caption’ è importante in egual misura alla fotografia e che nelle selezioni da parte della giuria questa lettura sia fondamentale. Se però osserviamo il lavoro di Carla Kogelman – vincitrice della sezione Observed Portrait – non ci sono di fatto didascalie. Qualcuno potrà obiettare che le foto non ne hanno bisogno perché si descrivono da sé; non so, avrei voluto conoscere un po’ di più del perché sia così interessante la storia di queste due sorelle che vivono in un villaggio dell’entroterra austriaco. Magari è solo la mia ignoranza a non percepire lo spessore di questo lavoro, ma così senza un approfondimento sulla vita di queste bambine non riesco proprio a coglierlo.

FINAL EMBRACE, foto di Taslima Akhter

GAZA BLACKOUT, foto di Gianluca Panella

GAZA BLACKOUT, foto di Gianluca Panella

A PORTRAIT OF DOMESTIC VIOLENCE, foto di Sara Naomi Lewkowicz

Ecco non mi addentro in altre analisi che lascio fare a critici, photoeditor, fotografi, appassionati, direttori di riviste, storici, professori e insegnanti con competenze ben superiori alle mie. Mentre, sarà poca cosa, ma voglio comunque complimentarmi con tutti i vincitori, in particolare con Akhter, quell’abbraccio tocca il cuore e le coscienze di ognuno di noi; con l’italiano Panella che ha colto un aspetto inconsueto di Gaza e con Lewkowicz per aver raccontato con lucida freddezza la violenza all’interno delle mura domestiche. Infine permettetemi anche una punta d’invidia, deve essere veramente una grande soddisfazione vedere il proprio lavoro nell’Olimpo del fotogiornalismo mondiale. Uno stimolo per riprovarci ancora.

Buona luce

[Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d'autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

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Perché oggi è meglio non essere bravi fotografi.

by Edoardo on feb.12, 2014, under Generale, Matrimoni

Sto leggendo un libro molto interessante, ‘Dopo la fotografia’ di Fred Ritchin, che analizza talvolta con delle conclusioni piuttosto preoccupanti il futuro prossimo venturo della fotografia dopo l’avvento del digitale. E’ un libro del 2009 e in molte sue parti si è rivelato anche profetico. Devo dire che non bisognava essere particolarmente veggenti per capire dove saremmo andati, ma leggere che era stato previsto 5 anni prima fa un certo effetto. ‘Siamo entrati nell’era digitale. E l’era digitale è entrata in noi. Non siamo più gli stessi individui di un tempo. In meglio e in peggio. Non pensiamo, parliamo, leggiamo, ascoltiamo, vediamo più allo stesso modo. E non scriviamo, fotografiamo, né, addirittura, facciamo più l’amore allo stesso modo’.

Tutto è cambiato e, mentre nell’era analogica l’essere bravi, l’avere una visione personale dello scatto era una prerogativa imprescindibile per avere visibilità e lavoro, oggi non è più così. I tempi per conoscere lo strumento ‘macchina fotografica’ si sono decisamente accorciati – in pochi mesi si apprende la tecnica che necessitava anni di esperienza in passato – e se sai smanettare in programmi di fotoritocco e hai un minimo di ‘occhio’ tirare fuori uno scatto interessante è relativamente poca cosa.

Siamo nell’era dell’immagine. Ogni giorno i social network vengono invasi di fotografie, i siti internet sono sempre più dinamici e ci permettono di vedere il lavoro dei nostri colleghi stando semplicemente seduti davanti al computer. Non c’è più bisogno di comprare libri o visitare mostre – anche se l’emozione di vedere una foto stampata è ben altra cosa che vederla sul freddo monitor di un portatile – per conoscere il portfolio di un fotografo. I quotidiani on line hanno, a corredo degli articoli, immagini di grandi fotografi internazionali così come i blog o i magazine: L’Espresso, Internazionale, Newsweek, Time, New York Times, solo per citarne alcuni, hanno tutti l’edizione virtuale.

Se questo da un lato ha fatto sicuramente bene alla fotografia – il livello medio è decisamente cresciuto – dall’altro ha creato una sorta di omologazione – salvo poche eccezioni – sia nella post produzione che nell’inquadratura e questo ha pesantemente standardizzato il mondo dell’immagine. Tale fenomeno ha raggiunto dei livelli a dir poco imbarazzanti, ma mentre nel fotogiornalismo o nella fotografia documentaria quello che fa la differenza è ancora oggi la notizia che ci sta dietro al servizio, nella fotografia di matrimonio no. Assistiamo a delle copie veramente ben fatte che niente hanno da invidiare all’originale dal quale dicono – anche se spesso se ne assumono la paternità – di essersi ispirati.

Il problema della copia nel matrimonio non è di poco conto, credetemi. Tante volte nei miei workshop e nelle letture portfolio ho sottolineato come sia importante avere un proprio stile. Uno stile che nasce anche dal mettere se stessi nello scattare. Come dice Ansel Adams il fare fotografia è la sintesi di tutte le immagini che abbiamo visto, di tutti i libri che abbiamo letto, di tutta la musica che abbiamo ascoltato, di tutte le persone che abbiamo amato quindi è lo specchio del nostro essere più intimo. Ogni foto è nostra e ci appartiene perché riflette noi stessi.

Mentre ritengo che sia sempre importante avere una visione personale dello scattare non so più se questa sia fondamentale per far crescere la propria attività, anzi. Mettiamo da parte le considerazioni di ordine etico sulle quali ho già avuto modo di scrivere in passato e veniamo quindi a valutazioni più commerciali. La Fotografia di matrimonio a differenza di altre tipologie di foto non ha uno storico alle spalle, non ci sono degli scatti iconici ai quali fare riferimento, non c’è un cliente da fidelizzare nel tempo (one shot talvolta due, raramente tre), non ci sono dei fotografi che sono entrati a fare parte della cultura popolare. Se parlo di Steve McCurry anche i non addetti ai lavori sanno che è un fotografo e che tipo di fotografia fa, se poi faccio vedere la foto di Sharbat Gula, meglio nota come ‘la ragazza afgana’ allora sono veramente pochi quelli che non l’hanno vista. Se qualcuno facesse vestire una giovane dagli occhi verdi con lo stesso drappo rosso in testa, vestito analogo e luce equivalente tutti direbbero che quello scatto è una copia e non riuscirebbero a venderla a nessuno. Purtroppo questo nella fotografia di matrimonio non vale. I nostri clienti iniziano a guardare foto di cerimonia soltanto nel momento in cui decidono di sposarsi. Ormai il fotografo di paese non è più il punto di riferimento della coppia. Salvo alcuni casi particolari – l’aver visto un album di amici ad esempio – nella loro ricerca del fotografo si affidano a internet. Vedono la gallery e il portfolio e poi decidono eventualmente di contattarlo. Ovviamente le foto che hanno davanti sono il biglietto da visita del fotografo e nessuna coppia si pone il problema se quello scatto è una copia di qualcun altro e tantomeno hanno la cultura – direi ampiamente giustificata in questo caso – di associare quella particolare foto o stile ad un fotografo più o meno noto. Ecco il bug, ecco perché chi copia crea un profondo danno commerciale. Uno si sforza di mettere tutto se stesso nelle foto, crea un suo stile frutto di anni di lavoro, studi, prove, soldi spesi in workshop, letture e seminari e quant’altro necessario per essere dei bravi professionisti e basta un bravo copiatore, per di più esperto di marketing, perché tutto questo venga vanificato. Una volta feci un esempio riportando la frase che mi disse un orologiaio che era contento perché si vedevano in giro delle copie dei suoi orologi. Questo lo rendeva orgoglioso perché voleva dire che i suoi prodotti avevano raggiunto la notorietà e si sentiva bravo. Purtroppo nella fotografia di matrimonio essere copiati non ti aiuta, essere bravi non paga più, anzi.

Buona luce

P.S.: ovviamente le considerazioni sono provocatorie ed è importante essere bravi e dare sempre il meglio di se. La Fotografia prima di una professione è una passione. Però è bene fermarsi un attimo a riflettere.

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Fotografia, quale futuro? (dal Contrasto Day di Firenze)

by Edoardo on gen.19, 2014, under Generale, Reportage

Contrasto Day sul palco da sx: E. Boille, T. Faraoni, R. Koch, R. Ferri, E. Mirabelli, S. Bini

Sono appena rientrato dal Contrasto Day che ho seguito fin dai primi incontri del mattino. Ne sono uscito con una vena di tristezza, accentuata  sicuramente dal mio stato d’animo, ma certamente avvalorata da quanto ascoltato. Nella tavola rotonda che apriva la giornata si sono alternate le voci delle 4 photoeditor tra le più importanti del panorama editoriale italiano: Tiziana Faraoni (L’Espresso), Renata Ferri (Io Donna e Amica), Emanuela Mirabelli (Marie Claire) ed Elena Boille (Internazionale). Coordinava l’incontro Robert Koch, il Direttore di Contrasto, e Sandro Bini patron di Deaphoto.

Apre gli interventi la Mirabelli con una considerazione che poi verrà ripresa dalle altre e che inquadra bene il periodo di profonda crisi che sta attraversando la Fotografia e in particolare il Fotogiornalismo oggi: ’5 anni fa la mia rivista pubblicava almeno 5 reportage e un portfolio in ogni numero, oggi se va bene riesco a farne pubblicare uno’.

Continua dicendo che purtroppo la rivista non viene più ‘costruita’ nei contenuti dal direttore o dalla redazione, ma dagli inserzionisti pubblicitari. I magazine continuano a vivere solo grazie alla pubblicità – in Italia si legge quasi la metà che in Germania – e quindi sono loro a dettare la linea editoriale. E’ ovvio che a fronte di una campagna promozionale di una griffe di alta moda con immagini patinate di scarpe da migliaia di euro non troverà mai spazio un servizio sui bambini indiani scalzi e con le mosche agli occhi.

Personalmente credo che il problema della crisi del fotoreportage oggi non sia solamente legato a quest’aspetto anche se è un fattore decisamente importante. Credo che fondamentalmente al lettore medio non gliene importa più niente o molto poco della guerra in Siria, dei massacri in Centrafrica o degli scontri elettorali in Bangladesh. L’inserzionista propone dei prodotti che il mercato richiede o talvolta è lui stesso a creare i ‘bisogni’ nella gente e questi si scontrano con la fame nel mondo e similari. La stessa Faraoni quando parla del futuro del ‘suo’ giornale afferma che nelle riunioni di redazione si sta cercando di dare un prodotto diverso al loro lettore senza però avere ben chiaro cosa di nuovo fare. Quello che mi fa riflettere è proprio il non sapere da parte degli stessi addetti ai lavori quale potrebbe essere un futuro approccio professionale alla fotografia. Robert Koch sostiene che sarà sempre più importante puntare su un prodotto che sia un mix delle varie tecnologie e quindi la realizzazione di multimediali che comprendono video e immagini. Credo che anche questo sia una sorta di placebo da somministrare ad un malato terminale.

Il vero problema è che nessuna della 4 – con la sola eccezione della Boille la cui realtà editoriale è però veramente unica e indipendente da fattori esterni quali ad esempio la pubblicità – ha dato delle risposte che aprono degli spiragli verso un futuro possibile del fotogiornalismo. Se vogliamo anche la photoeditor di Internazionale pur muovendosi in un’oasi felice ha manifestato l’esigenza di comprare le fotografie da fotografi locali perché non ci sono soldi per degli assegnati. Ma soprattutto quello che mi ha meravigliato è che nessuna avesse dei consigli su cosa produrre. Tutte parlavano dell’esigenza di fare qualcosa di nuovo, di fresco, di non visto o già confezionato, ma nessuna ha detto cosa. Sta nei fotografi quindi inventarsi qualcosa, ma come? Se si esce dalla fotografia di news – peraltro già morta nella figura del fotografo professionale – si deve andare verso progetti a lungo termine con dei costi di realizzazione che ricadono interamente sulle spalle del fotografo. E anche se dopo mesi, talvolta anni di lavoro, si riesce a produrre del materiale interessante cosa ne facciamo? Non si possono fare reportage ‘pesanti’ perché poi nessuno ce li pubblica, non si può parlare di problematiche sociali perché il Dolce e Gabbana della situazione non ci permette la loro diffusione. Non si capisce quindi cosa deve fare o dove deve andare la fotografia.

Contrasto Day - sul palco da sx: F. Anselmi, G. Piscitelli, Michelangelo, M. Siragusa, E. Mancuso, S. Ghizzoni, S. Bini

Nel pomeriggio abbiamo visto dei bellissimi lavori di Giulio Piscitelli, Francesco Anselmi, Emiliano Mancuso e Simona Ghizzoni. Lavori che hanno portato via mesi se non anni per essere realizzati. Totalmente autofinanziati tramite grant o crowdfunding, ma poi? Siamo veramente certi che il documentario della Ghizzoni su una storia molte forte di donne imprigionate, violentate, torturate nel Sahara Occidentale dall’esercito marocchino trovi un interesse nell’essere diffuso? Le foto sulla drammatica situazione greca di Anselmi sono di una potenza incredibile. Un racconto forte che è figlio della crisi e che mostra una Grecia diversa dalle violenze di piazza. Lavoro ancora in progress ma che ha già impegnato l’autore per molti mesi. E dopo? Forse un libro, ma nella crisi generale dell’editoria chi è che lo vorrà pubblicare?

Insomma pensavo di uscire da questa giornata con delle speranze e invece sono entrato in una buia galleria. Chiudo con una frase detta da Bini presentandosi in apertura di giornata: ‘io facevo il fotografo ma siccome la fotografia non ti permette di vivere allora mi sono messo ad insegnarla’. Un curioso paradosso che mi ha fatto mestamente sorridere. Sarebbe come dire siccome non vendo più maglioni nel mio negozio allora mi metto a produrli.

Buona luce

P.S.: una cosa positiva però l’ho riscontrata, c’era veramente tanta gente e moltissimi giovani. Questo è bello perché ultimamente ai vari festival a cui avevo partecipato ero rimasto perplesso sulla scarsa presenza di pubblico. Ah ovviamente non ho visto (a parte 3 amici) nessuno dei miei colleghi che si occupano di fotografia di matrimonio. Altra occasione di confronto e crescita perduta.

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L’insegnante di fotografia che nessuno vuole

by Edoardo on gen.04, 2014, under Generale, Matrimoni, Reportage, Viaggi

Devo ringraziare Vittore Buzzi per aver condiviso sulla sua bacheca di Facebook questo articolo troppo carino che racconta delle grandi verità. Mi sono permesso di tradurlo e di postarlo nel mio blog. Chi volesse leggere l’edizione originale in lingua inglese la trova qui:

http://petapixel.com/2013/09/12/photography-teacher-nobody-wants/

Come mi immagino Esperienza, un'anziana signora pensierosa (magari un po' più allegra)

C’è una insegnante di fotografia di cui si parla poco oggi. Molti la evitano e per comprensibili motivi. Sembra non piacere a nessuno. Ha insegnato fotografia e business per molto tempo in passato, ma nominare il suo nome oggi fa quasi senso. Era in ‘prima linea’ in molti eventi, ma oggi raramente chiede la parola perché ormai è considerata superata e antiquata. Era la più grande insegnante del mondo, una le cui lezioni erano fondamentali e non potevano essere ignorate. Ma oggi non è più così. Infatti molti fotografi non credono di aver bisogno dei suoi insegnamenti, vogliono imparare tutto e subito. Invece lei è implacabile, inflessibile, intransigente e determinata.

Detto francamente, è una rompiscatole.

Il suo nome: Esperienza

Esperienza si diverte  nell’insegnare. I suoi metodi risalgono alla notte dei tempi. Non si fa pagare, ma questo non significa che lo fa gratis. Oh, no! Fa assolutamente l’opposto. E’ infatti piuttosto cara e, il più delle volte non apprendi ciò che lei ti sta insegnando se non dopo aver speso un mucchio di soldi, di tempo, di sacrifici e i tuoi capelli non sono diventati grigi. Lei è contenta di insegnare a chiunque glielo chieda; non è selettiva o schizzinosa. Non gli interessa da dove vieni, quanti soldi hai in banca o quanto sei bravo. Gli importa soltanto tu abbia voglia di imparare e ha bisogno di tempo.

Talvolta le sue lezioni sono facili e i suoi ricordi gradevoli; oltre volte invece ti colpiscono come un treno in corsa lasciandoti attonito a chiederti cosa ti sia successo. Ma se la segui e ti lasci guidare dai sui anni d’insegnamento, ciò che apprenderai ti stupirà. La cosa ‘buffa’ di tutto ciò è che molti fotografi vogliono i benefici di Esperienza ma non vogliono perdere tempo a seguire i suoi insegnamenti perché, diciamocelo, chiunque ha frequentato la sua classe ve lo potrà confermare, occorrono molti ma molti anni per ottenere dei benefici da ciò che lei ti offre. Lei ti insegnerà quello che dovresti fare, ma soprattutto quello che non dovresti fare.

Per molti è sufficiente seguire una sola lezione per capire i suoi insegnamenti; altri invece hanno bisogno di diverse lezioni sullo stesso argomento prima di averlo assimilato e, una volta imparato, saranno in grado di riconoscerlo quando gli capiterà davanti.

Sì, Esperienza non può impartire saggezza se non dedichiamo anni ai suoi insegnamenti.

Per i fotografi che iniziano, i primi anni di attività sono pieni di incertezza. Nessuno vuole aspettare. Vogliono avere successo NOW. E allora invece di permettere ad Esperienza di fare le sue lezioni, il lavoro ha preso un’altra strada: ha sostituito Esperienza e la sua grande saggezza con il Signor TuttoeSubito. Ne avrete sicuramente sentito parlare. E’ un giovane alla moda e i fotografi fanno la fila per ascoltarlo. Fa tendenza. Egli è per la fotografia l’equivalente delle pillole che ti garantiscono di perdere peso mentre dormi. Ha risposte per tutto, tiene workshop, forum, pubblica libri ed ebook.

Il Signor TuttoeSubito sa bene che Esperienza non è divertente ed egli conta sul fatto che oggi molti fotografi non vogliono durare fatica sulle spalle di Esperienza. Diamine! Vogliono essere sbattuti sui sedili in pelle del Signor TuttoeSubito per correre veloci in pista e avere la sensazione di stare raggiungendo grandi traguardi per poi, senza fiato ed emozionati, rendersi conto di aver percorso solo pochi metri.

L'auto sportiva di Tuttoesubito (ovviamente non me ne voglia la simpatica coppia a cui ho fatto il matrimonio)

Lui non parla di tempo, di impegno e duro lavoro. Stai scherzando? Non è un guastafeste. No, parla di cose come “diventare ricchi con la fotografia” e “reddito a sei cifre in 30 giorni” e “i segreti per il successo.” E lo fa bene molto bene, per lui c’è sempre gente pronta a salire a bordo.

Ma Esperienza ha un piccolo segreto. Anche quando il Signor TuttoeSubito sta insegnando i suoi trucchi per andare avanti nel minor tempo possibile, lei è sempre là… sta osservando. Non la vediamo perché troppo indaffarati ad ascoltare i ‘segreti’ e le ‘scorciatoie’ per il successo ma lei è là, in disparte che osserva… osserva, pazientemente prende nota di tutto ed elabora un piano e, sebbene nell’immediato non ce ne rendiamo conto, lei sta ancora insegnando. E dopo che siamo andati fuori pista e i trucchetti e le scorciatoie non ci hanno portato da nessuna parte, lei esce fuori dall’ombra, solleva un sopracciglio e ci ricorda che perfino quando facciamo queste cazzate ci sono ancora cose da imparare, perché ogni stupida promessa che acquistiamo, ogni delusione in cui ci imbattiamo, lei ci insegna cosa non fare la prossima volta. Per ogni offerta di successo immediato che ci viene proposta, per ogni coupon che ci promette ricchezza senza lavoro, Esperienza è lì, per dare saggezza alla nostra follia.

Esperienza esige che noi impariamo e che troveremo il modo affinché la sua saggezza raggiunga il nostro cuore. Talvolta questo ci costa dei soldi, talvolta ci scontriamo con il cliente, altre volte guardando le immagini, i risultati del nostro lavoro, ci rendiamo conto di ciò che ci siamo dimenticati di fare.

E questo non vale solo all’inizio della nostra professione… oh no! Esperienza è l’insegnante che ci porteremo con noi per tutta la vita, che ci spronerà verso nuove sfide e traguardi sia nello scattare che nel nostro  business. Quei fotografi per i quali ha speso una vita d’insegnamenti possono anche dimenticarsi le prima lezioni, ma credetemi, fa ancora più male ricodarsi qualcosa che si dovrebbe già sapere.

Allora non tentare di sfuggire da Esperienza o credere all’idea che tu non abbia bisogno dei suoi insegnamenti. Perché tu ne hai bisogno, tutti noi ne abbiamo bisogno.

Cheri Frost

Buona luce

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Può uno smartphone sostituire una macchina fotografica professionale?

by Edoardo on dic.30, 2013, under Generale, Matrimoni, Reportage

smartphone fotografia photography

Tutte le foto presenti in questo articolo sono state scattate e post prodotte unicamente con uno smartphone durante un matrimonio

Come ci ricordava John Hedgecoe, la fotografia è probabilmente fra tutte le forme d’arte la più accessibile e la più gratificante. Oggi con il digitale è veramente alla portata di tutti. Ma scattare non vuol dire fotografare e avere l’apparecchio più costoso di ultima generazione non garantisce la qualità della foto ottenuta.

Però può uno smartphone sostituire una macchina fotografica professionale? Ovviamente la risposta è no e chi sostiene il contrario lo dovrà giustificare con degli argomenti forti soprattutto legati a quei limiti tecnici che un ‘cellulare’ presenta. Ma, prima di aprire un dibattito sterile su grandezza del sensore, ottiche, rumore e altri ameni tecnicismi, credo si debba fare un passo indietro e riflettere sulla fotografia e sul perché si fotografa.

Ansel Adams diceva che la cosa più importante di un apparecchio fotografico sono le 12 ‘inches’ dietro la macchina. Per dirla alla Bresson fotografare è un equilibrio tra mente, occhi e cuore e poco importa con che mezzo si ottiene questa sintonia.

Proprio per tentare di provare questo, nei giorni scorsi ho cercato e trovato l’opportunità di fotografare un intero matrimonio utilizzando solo uno smartphone. Mi sono imposto anche di post produrlo unicamente utilizzando applicazioni interne al cellulare stesso. Oltre a tentare di far capire quanto sia importante l’occhio rispetto al mezzo volevo anche sfatare l’asserzione che ormai tutti possono fare belle fotografie avendo a disposizione degli smartphone da 41 Mpixels. Scattare con un cellulare è tutt’altro che facile, anzi direi molto più difficile che con una qualsiasi bridge. Finché si tratta di condividere qualche situazione su Instagram va bene di tutto ma se uno dovesse realizzare un servizio fotografico con un tale mezzo allora il discorso cambia radicalmente.

Durante il matrimonio, dalla preparazione alla festa, ho utilizzato solo un cellulare per scattare

Durante gli esterni è stata utilizzata solo luce naturale

Anche durante la preparazione ho utilizzato solo luce ambiente

Paradossalmente mentre con tre camere al collo i genitori dicono ai figli di guardare il fotografo, con il cellulare mi guardavano con aria sospetta

Qualcuno potrebbe però obbiettare che ci sono dei ‘signori’ professionisti che utilizzano il cellulare come alternativa alla macchina. Verissimo, ma analizziamo perché. Ci sono delle esigenze che riguardano alcuni settori della fotografia che proprio grazie all’utilizzo di un mezzo poco appariscente come un cellulare ne hanno agevolato l’utilizzo. Michael Christopher Brown  – che ha avuto una nominee per Magnum – nei suoi reportage in zone di guerra ad esempio da tempo scatta e lavora le foto con un cellulare. E con lui ce ne sono molti altri che sfruttando il fatto che nessuno penserebbe di trovarsi davanti un fotoreporter, riescono a diventare ‘invisibili’ e quindi in grado di documentare situazioni che altrimenti sarebbe molto più pericolose e spesso impossibili da fotografare. Quindi in questo caso è la situazione a giustificare l’uso del mezzo. Se poi si ha delle esigenze di velocità di pubblicazione qui si parla di vero tempo reale senza dover ricorrere ad apparecchiature particolari.

Detto ciò, credo che in ambito professionale per un fotografo l’uso del cellulare, almeno al momento, finisca qui. Tutti gli altri utilizzi sono in genere occasionali, promozionali per le varie aziende produttrici e giustificati da delle contingenze particolari: una bella luce, un soggetto intrigante, una situazione irripetibile oppure semplicemente fotografare l’amico, i genitori, i propri figli ma usciamo quindi da un utilizzo professionale del mezzo. Poi possiamo parlare di ‘nuova arte’, di una forma espressiva diversa, di una specie di polaroidizzazione social ma stiamo parlando di altro. Certo può capitare di trovarsi nel posto giusto al momento giusto – vedi le foto dell’uccisone di Gheddafi – e solo grazie ad un cellulare quella situazione è stata documentata, ma sono dei casi eccezionali.

La tecnologia va avanti, i social hanno modificato l’utilizzo e la concezione stessa delle immagini e anche il professionista deve adeguarsi ai cambiamenti del mercato, per certi aspetti li deve anticipare altrimenti si trova fuori. Va bene sperimentare, divertirsi, trovare degli stimoli nuovi ma, almeno nel matrimonio, non c’è nessuna ragione che giustifichi la sostituzione della camera con un telefono. Anzi paradossalmente quando fotografo dei bambini con 3 macchine al collo i genitori gli sistemano i vestitini e dicono ai loro figli di guardare il Fotografo, mentre scattando con il cellulare mi sono trovato quasi in imbarazzo sotto gli occhi sospettosi di nonne e parenti. Sicuramente può essere un oggetto complementare per offrire alla coppia servizi alternativi, ma al momento niente di più.

Buona luce

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Ma quanto vale il servizio fotografico del matrimonio?

by Edoardo on dic.06, 2013, under Generale, Matrimoni, Reportage

Valore e costo di un servizio, qualsiasi esso sia, talvolta non sono direttamente proporzionali. I servizi proprio per loro natura non hanno un valore intrinseco oggettivo, non c’è una borsa che ne determina il prezzo, non ci sono dei bilanci in base al quale quell’azienda ha una determinata capitalizzazione. I servizi vengono, in genere, offerti da liberi professionisti che arrivano a formulare un costo, magari orario, tenendo conto di tanti parametri. Esperienza, notorietà, abilità, rapporto con il cliente, prestigio, fama, reputazione, serietà, fiducia sono gli aspetti più importanti che contribuiscono più di altri a dare valore ai propri servizi. E’ dall’insieme di tali elementi che nella gente comune si forma la percezione del valore del servizio. Quando andiamo da un avvocato, da un dentista, da un pediatra, da un oncologo, da un notaio, da uno psicologo, da un commercialista non ci meravigliamo se la notula risulta alta, anzi ci meraviglieremmo del contrario, perché nella percezione generale il valore dei servizi offerti da tali professionisti è elevato.

C’è un settore professionale invece, quello della fotografia in genere e di cerimonia nello specifico, in cui la percezione popolare del valore del servizio offerto è molto bassa, praticamente quasi nullo. Quante volte ci siamo sentiti dire da un amico: mi raccomando porta la macchina fotografica così fai due scatti. Oppure quante volte si sente dire che il servizio fotografico al matrimonio lo fa lo zio o la cugina supportati dal fatto che la nipote ha visto le loro fotografie delle vacanze al mare. Un tramonto, una palma in controluce, la silhouette di una barca a vela spesso bastano a convincersi della bravura e delle competenze del parente al punto da affidargli la responsabilità di raccontare quello che dovrebbe essere uno dei giorni più importanti della vita.

Questa percezione, ossia il basso valore del servizio offerto, si è notevolmente accentuata in questi ultimi anni. Certamente l’avvento del digitale ha contribuito a diffondere la pratica della fotografia in modo esponenziale. Quando si lavorava in pellicola era indubbio che le competenze del fotografo in termini di tecnica erano molto più importanti, l’esperienza poi era un fattore fondamentale. Quando il fotografo si presentava con una medio formato, magari con un esposimetro esterno per misurare la luce, faceva il suo effetto e nella gente c’era quanto meno il rispetto e la sensazione di avere davanti uno che lo faceva di mestiere. Spesso l’idea di trovarsi davanti a un professionista o meno, la si associa al non sapere utilizzare gli strumenti che tale professionista usa per il suo lavoro. Se mi metti davanti un modello Unico e mi chiedi di compilarlo io non so da che parte iniziare, pago un commercialista – e non un dentista, ma su questa frase si aprirebbe un altro capitolo legato all’abusivismo –  che ha le competenze per farlo.

Oggi invece ‘cosa ci vuole a fare una foto?’ Sembra nessuna abilità e conoscenza particolare e forse per certi aspetti è anche vero. Questa consapevolezza ha fatto sì che, mentre si continuano a spendere cifre importanti per location esclusive, abiti firmati, viaggi di nozze in posti esotici, parrucchieri ed estetiste – quest’ultimi con le dovute proporzioni – per il fotografo si spende sempre meno. Non si capisce addirittura il perché ci dovrebbe essere la necessità di rivolgersi a un professionista.

Cosa fare per tentare di invertire questa tendenza? Fino a pochi anni fa se pagavi poco avevi poco, quindi la selezione la faceva la qualità. Oggi non è più così. Ci sono degli amatori, alcuni che lo fanno come secondo lavoro e i soliti abusivi che offrono un prodotto dignitoso a costi sotto la media. Ma soprattutto ci sono alcuni validi professionisti che si vendono sottocosto contribuendo in modo importante a dopare ulteriormente un mercato già drogato. La prima azione da fare sarebbe quindi ritornare a dare il giusto valore al prodotto che offriamo. Chi sa di dare un servizio di alto livello con una professionalità, un’esperienza e una qualità sopra la media e riconosciuta a livello nazionale o internazionale, deve costare di più. Se non si torna a legare la qualità al costo in maniera proporzionale assisteremo a un’inesorabile fine della professione intesa come tale. Ovviamente il servizio offerto deve essere veramente superiore in assoluto a quello del parente. Si deve riconoscere e sapersi distinguere dalla ‘mano’ dell’amico dello sposo. Soprattutto in quest’ultimo periodo in cui si è diffuso il ‘reportage’ nel matrimonio, il fotografo ‘ufficiale’ deve saper scattare e avere un occhio e una sensibilità che lo faccia elevare rispetto alle decine di amici e parenti che con i loro tablet, smartphone e fotocamere più o meno costose faranno centinaia di foto alla coppia. Come dico sempre nei miei workshop oggi il fotogiornalista del matrimonio non può permettersi soltanto di raccontare, lo deve fare con degli scatti molto belli e, tra l’altro, di facile comprensione.

Oggi forse come mai in passato, il fotografo di matrimonio se vuole tornare ad essere considerato un professionista deve veramente offrire di più e, ripeto, il suo servizio deve tornare a costare proporzionalmente alla propria abilità. Il fotografo professionista deve costare di più perché deve offrire un servizio che vale di più.

Buona luce

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Perché l’infrarosso no?

by Edoardo on nov.08, 2013, under Generale, Reportage, Viaggi

Una foto all'infrarosso tratta dal mio ultimo lavoro 'Once upon a time, today' in Vietnam e Laos

Certo secondo la mia idea di fotografia tutti i fotografi, se sono fotografi, non possono non essere, in un modo o in un altro, realisti. Perché è dall’incontro con la realtà che nasce la fotografia, altrimenti stiamo parlando d’altro. Questo non vuol dire che un fotografo non possa declinare il suo impatto con la realtà in maniera visionaria.

Ferdinando Scianna

Prendo spunto dal reportage ‘Once upon a time, today’ pubblicato nel mio ultimo post per fare alcune riflessioni sullo scattare all’infrarosso.

Alcuni anni fa, presentai un mio lavoro su Ilha de Mozambique all’agenzia Grazia Neri (purtroppo ormai chiusa da alcuni anni). Le foto erano state fatte con una Nikon D100 modificata con un filtro infrarosso di tipo standard sul sensore. Credo sia stata in assoluto una delle prime digitali in Italia ad essere convertita in tal senso. Anche in quel caso, come in questo mio ultimo lavoro, avevo utilizzato tale tecnica per sottolineare come quell’isola vivesse un tempo fuori dalla realtà. Basti pensare che quando arrivai la gente, soprattutto i neri anziani, si toglievano il cappello al mio passaggio e mi salutavano con: Bom dia padrao. Al figlio di Grazia piacquero le mie foto e la storia che ci stava dietro (non so se me lo disse solo per cortesia), ma si rammaricò perché erano state scattate all’infrarosso. Anche altre volte ho avuto delle reazioni piuttosto negative e onestamente non capisco perché.

Una foto all'infrarosso tratta dal mio lavoro 'Bom dia padrao' pubblicato qui nel blog

Mi è stato detto che non funziona perché non è qualcosa di reale visivamente. Beh anche la fotografia in bianco e nero – paradossalmente perché è ovvio che la storia della fotografia ‘parla’ in bianco e nero – non lo è. Sono altresì d’accordo che lo scattare in bianco e nero è quasi una filosofia, è un modo di pensare. Citando Abbas, con il b/n si entra nella sostanza, nell’intimo delle cose. Ok. Ma perché non valutare anche l’infrarosso? Se l’obiezione è solo legata al non reale perché i bruciati e le sovrapposizioni di Giacomelli, gli sfumati di Delano, i sovraesposti di Siragusa vanno bene? Perché certe sottoesposizioni estreme con dei neri cupi che indubbiamente, se ben fatti, possono accentuare la drammaticità di una storia, vanno bene? Perché certe desaturazioni o elaborazioni fatte con smartphone, mi viene in mente il ‘reportage’ di Guttenfelder pubblicato nella sezione portfolio da Internazionale alcuni anni fa, sono riconosciuti come un modo alternativo per raccontare addirittura delle notizie giornalistiche? Certamente quella luce non è reale. Estremizzando ancora potremmo affrontare il tema ‘mosso’, se si contesta all’infrarosso la veridicità anche il movimento per certi aspetti non è reale, i nostri occhi non vedono a mezzo secondo.

Attenzione non voglio essere frainteso, non sto mettendo in discussione la fotografia dei personaggi che ho citato. Comprendo che ci sono delle motivazioni talvolta anche profonde che hanno spinto tali fotografi ad utilizzare quelle tecniche. Non sono degli inutili e superficiali formalismi. E’ proprio grazie a quelle elaborazioni che la loro fotografia trasmette un certo tipo di emozioni. E’ grazie a quei bianchi e neri estremi che di Giacomelli si dice abbia fotografato l’anima del paesaggio. La leggiadria che si percepisce nell’immagine dei seminaristi che sembrano fluttuare nello spazio colti in quell’atteggiamento giocoso e inconsueto lo si deve alla totale assenza dei grigi ottenuta in fase di stampa. La forma che da spessore al contenuto. Ma perché l’infrarosso no?

Mi è capitato di vedere proprio qui a Firenze il lavoro di Richard Mosse sulla guerra civile in Congo totalmente fatto in pellicola a colori infrarosso così come i ‘ritratti’ degli animali di Nick Brandt ma mi sembra che queste siano delle rare eccezioni.

Una foto fatta con pellicola infrarosso colore tratta dal reportage di R. Mosse sulla guerra civile in Congo

Un ripresa dall'alto della migrazione degli erbivori. Scatto con pellicola all'infrarosso di N. Brandt

Anche nella fotografia di matrimonio l'infrarosso accentua questa atemporalità in contrasto con lo smartphone con cui viene fatta la foto che ci riporta all'oggi

Credo che quando si voglia dare un senso di attesa, di sospensione, di assenza di tempo, quando si voglia sottolineare una realtà di un attimo indefinito temporalmente, trasmettere delle sensazioni di tranquillità e armonia pur accentuando i contrasti e i chiaro scuri non c’è niente che riesca a farlo meglio dell’infrarosso. Ma è una opinione, ovviamente personale e assolutamente non condivisibile.

Buona Luce

[Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d'autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

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