Ma chi sceglie le foto da pubblicare e perché? Intervista a Marco Pinna, photoeditor del National Geographic
by Edoardo on mag.05, 2013, under Generale, Reportage, Viaggi
Recentemente mi è capitato di avere degli scambi di vedute riguardo alla ‘discutibile qualità’ anche estetica di alcune fotografie scattate da importanti fotografi di fama internazionale e pubblicati su altrettanto importanti mensili o settimanali. Mi è venuto naturale fermarmi a riflettere sul perché in certi servizi giornalistici le foto a corredo sono veramente ‘bruttine’ non solo dal lato formale ma anche da quello emozionale e descrittivo. Mi sono quindi chiesto come funziona e come si muove un photoeditor nella scelta delle immagini da pubblicare e per rispondere a tale domanda ho intervistato Marco Pinna, photoeditor dell’edizione italiana del National Geographic.
EA: Una volta parlando insieme mi dicesti, riferendoti un po’ alla tua storia, che il photoeditor è un fotografo mancato. Come si diventa photoeditor?
MP: Naturalmente è una battuta, che circola da anni nell’ambiente, ma un fondamento di verità c’è. Molti photoeditor (me compreso forse) avrebbero voluto fare i fotografi nella vita, ma per un motivo o per l’altro si sono ritrovati dall’altra parte, a valutare le foto degli altri. In Italia il photoeditor è una professione poco considerata, le aziende editoriali non lo considerano un ruolo indispensabile, e gran parte dei photoeditor dei giornali lo sono diventati “per caso”; grafici, giornalisti o segretari di redazione che si sono ritrovati a svolgere questo ruolo “non previsto”, a colmare un vuoto che di fatto esisteva nell’organico della loro redazione. Oggi, con la grave crisi della carta stampata, anche la professione del photoeditor è in profonda trasformazione; probabilmente le migliori opportunità di portare avanti questo mestiere vengono dal web, ma bisogna rivedere la professione in maniera radicale: non più un photoeditor che sceglie le foto da mettere in pagina in stile John G. Morris [uno dei più importanti photoeditor di Life e autore del bellissimo libro Get the picture ndr] ma un “curatore di immagini” che potrebbe avere un ruolo fondamentale nella gestione e nel filtraggio dell’enorme flusso di immagini anche amatoriali dal quale siamo sempre più bombardati.
EA: Il photoeditor, e correggimi se sbaglio, è colui che all’interno di una rivista valuta il lavoro di un fotografo e, dopo l’approvazione del direttore, decide se pubblicarlo o meno. Esistono delle linee guida generali per la selezione delle foto da accompagnare al testo?
MP: Non esistono delle linee guida assolute; l’abilità di un photoeditor sta proprio nel capire le esigenze de proprio giornale, nel trovare le foto giuste a seconda della situazione, dello stile della testata, delle richieste del direttore o del giornalista di turno. L’importante nel fotogiornalismo è che le foto raccontino la storia, che illustrino la notizia. Se poi si ha la possibilità di usare foto di grande qualità per raccontare la storia, meglio ancora. Quando si realizza un servizio di un certo numero di pagine, è inoltre fondamentale che ci sia una grande varietà di situazioni, di inquadrature diverse e di luci diverse nelle immagini per evitare la ripetitività.
EA: Sia su riviste cartacee che su magazine on line importanti mi è capitato di vedere delle foto un po’ discutibili qualitativamente parlando. Spesso accompagnano una notizia interessante, ma oggettivamente gli scatti sono appena sufficienti. Meraviglia ancora di più quando il fotografo è molto quotato. In che rapporto sta la fotografia – ossia lo scatto importante – alla news?
MP: Spesso capita che si sacrifichi la qualità fotografica a favore della notizia. Nei giornali in linea di massima conta più la notizia, e quindi il soggetto della foto, rispetto alla qualità estetica. In Italia poi le immagini sono sempre state considerate un corredo al testo; nel nostro paese l’arte dello scrivere è considerata più “nobile” rispetto a quella del fotografare. Si parla del “giornalista” e del “fotografo” come figure ben distinte anche in senso gerarchico, mentre negli USA ad esempio il fotografo che si occupa di documentazione è di fatto un “journalist” al pari dello scrivente. A volte però anche i giornali che danno grande importanza alle immagini, come National Geographic, Time, Geo e altri, possono sbagliare: magari un commissionato assegnato alla persona sbagliata (magari un nome noto sul quale si fa affidamento che però in quell’istanza non era in forma o non se la sentiva), o una svista del direttore, del photoeditor o del grafico di turno. Esiste poi anche la soggettività… ognuno ha i suoi gusti…
EA: Non credo che lavorando per il National Geographic tu abbia avuto tali ‘problemi’, ma quanto può influire un ‘potente’ inserzionista pubblicitario nel condizionare la pubblicazione o meno di un servizio fotogiornalistico?
MP: Questa è una questione davvero delicata, più che mai oggi con la crisi profonda che attanaglia i giornali e la gravissima carenza di inserzioni pubblicitarie nelle pagine dei giornali. La deontologia e l’etica professionale dei giornalisti dovrebbero essere sufficienti a scongiurare alcun tipo di ingerenza da parte di aziende esterne, tantopiù se inserzionisti, ma purtroppo capita sempre più spesso di vedere i cosiddetti “redazionali”, ossia pubblicità mascherate da articoli, o magari inserzioni pubblicitarie vere e proprie impaginate in maniera molto simile al giornale. I giornalisti dovrebbero vigilare su questi abusi, che sono veri e proprio inganni ai lettori, ma in molti casi è l’azienda editoriale stessa a proporli, e poiché significano entrate, e magari in alcuni casi il salvataggio del giornale stesso, a volte riesce molto difficile al direttore o ai giornalisti dire di no.
EA: Quanto è importante o quanto può aiutare nella presentazione del proprio lavoro a una rivista allegare anche un testo ben scritto oltre alle fotografie? E soprattutto in che modo presentare un proprio lavoro?
MP: In genere è un plus, nel senso che proporre un pacchetto già confezionato foto-testo è sicuramente un vantaggio. Resta però il fatto che sono davvero rari i fotografi che sappiano anche scrivere bene. In alcuni casi può essere una carta vincente l’accoppiata fotografo/giornalista scrivente che propone il lavoro assieme. Comunque sia, qualsiasi proposta di reportage deve essere accompagnata da un breve testo di spiegazione, nonché da didascalie per ogni immagine. Ogni photoeditor ha le sue preferenze per la presentazione dei lavori; personalmente preferisco vedere una trentina di jpg via email accompagnate da un testo di 10-15 righe. Non sopporto i link o i files da scaricare, e non gradisco nemmeno tanto i PDF, ma questa è una questione davvero soggettiva.
EA: Mi capita spesso di parlare con giovani che vogliono iniziare la professione di fotografo e in particolare di fotogiornalista. Alcuni di questi pur essendo veramente in gamba trovano molte difficoltà a farsi ‘pubblicare’. Hai dei consigli da dare a chi ha questa grande passione-amore-talento per la fotografia, ma non riesce a viverci?
MP: Davvero difficile dare consigli in un momento simile in cui il mercato è in profonda trasformazione. Penso che capiremo meglio cosa sta succedendo al fotogiornalismo nell’arco di qualche anno. Comunque, un consiglio universalmente valido è quello di perseverare e di coltivare la propria passione in tutti i modi, credendoci veramente. Se si crede davvero in una cosa, la si può ottenere, questo ve lo garantisco. In particolare in fotografia è importante avere idee originali, merce davvero rara al giorno d’oggi. Chi ha le idee e riesce a metterle in pratica vince. Ma la fotografia è anche una passione, una compagna di vita, un’arte che si può praticare senza velleità professionali e che dà enormi soddisfazioni. Parola di fotografo mancato.
Un ringraziamento particolare a Marco per la sua rara gentilezza, cortesia e assoluta competenza.
Buona Luce
Conoscenze sbagliate? Non so…
by Edoardo on apr.02, 2013, under Generale, Reportage, Senza categoria
In Italia non si può ottenere nulla per le vie legali, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatto ecc.
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921
Avevo intenzione di scrivere una lettera ai sindaci di Firenze e Fiesole, ma poi ho pensato che, molto probabilmente, Renzi sarà il prossimo presidente del consiglio e Incatasciato è alla fine del suo secondo mandato e perciò non più eleggibile, quindi qualsiasi cosa gli avessi scritto non sarebbe stata presa in considerazione. Per cui condivido i miei pensieri sulla rete.
Stavo andando in studio e attraversando, come tutte le mattine, piazza Mino a Fiesole ho visto una serie di ‘nuove’ sculture, strane, curiose, ‘parcheggiate’ un po’ in qua e là. Mi informo su chi espone. Si tratta di un artista coreano per una iniziativa collaterale al Florence Korea Film Fest. Sono oltre 10 anni che si svolge a Firenze questa manifestazione della quale mai avevo sentito parlare. Sicuramente la mancata conoscenza di questo evento è frutto della mia ignoranza in materia. Sono altresì certo che i film e gli altri eventi presentati siano molto importanti e meritino spazi prestigiosi di Firenze, tipo lo storico cinema Odeon oppure l’auditorium del Duomo. Mi chiedo anche quante persone abbiano attirato e soprattutto quanti fiorentini o turisti siano giunti da altre parti d’Italia per assistere a questo Festival. Non ho dei numeri ma ho fatto un piccolo sondaggio tra amici e parenti, nessuno ne sapeva niente. Ignoranti e capre come me.
Questa premessa un po’ ironica – senza con questo togliere alcunché al cinema coreano che non conosco e quindi non mi permetto di giudicare - deriva dal fatto che sono oltre due anni che sto tentando di creare qualcosa legato alla fotografia che possa coinvolgere Fiesole e Firenze. Per chi come me vive da oltre 40 anni in queste zone sa che, a parte qualche brevissima parentesi, niente è stato o viene fatto in tale direzione. Firenze, come ho già avuto modo di dire, è una città ‘morta’, priva di iniziative che possano attrarre giovani fiorentini e italiani. Tutto ruota intorno e viene illuminato dalla luce riflessa del Rinascimento. Cose stupende, fuori dubbio. Abbiamo tra i musei più belli e ricchi al mondo, così come i nostri monumenti, le nostre chiese, le nostre piazze. Ma senza delle attività collaterali, nuove, attuali Firenze è diventata una sorta di Disneyland dell’arte dove si sta un giorno, si mangia un panino e si va via. Cosa offre di alternativo? Fiesole è un po’ sulla stessa linea. Ha degli spazi talmente suggestivi che potrebbero ospitare eventi in una cornice meravigliosa. Ma cosa è stato fatto negli ultimi anni? Poco, veramente troppo poco. Forse la mia memoria è corta, qualcuno me la rinfresca?
Ho proposto dei progetti che contenevano mostre, workshops, seminari, incontri con personaggi di caratura internazionale, presentazioni di libri, istallazioni. Tutto ruotava intorno alla Fotografia essendone io coinvolto in prima persona. In campagna elettorale ho trovato persone disposte ad ascoltarle, tutti le hanno giudicate interessanti. Quello che chiedevo era un minimo di finanziamenti, poca cosa, ma necessari per coinvolgere altri che mi avrebbero dato una mano, per dare un minimo gettone di presenza agli intervenuti, per pubblicizzare un po’ l’iniziativa, per eventualmente stampare le foto delle mostre. Ma come al solito i soldi per certe iniziative non ci sono mai. Ovviamente si guarda sempre a pochi metri dal proprio naso, non si pensa che se si realizza qualcosa che possa attirare persone da tutte le regioni d’Italia, magari in un periodo ‘turisticamente’ tranquillo, si alimenta l’economia del paese. Alberghi, ristoranti, tassisti, bar, pub e conseguentemente tutto l’indotto anche di Firenze. Niente da fare. Eppure in altre parti della Toscana – senza andare fuori regione – qualcosa di bello e interessante viene fatto: Cortona, Fiano della Chiana, Lucca.
Cosa centra in tutto questo il Florence Korea Film Fest vi chiederete. Beh leggo alcuni degli sponsor locali: Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Regione Toscana, Comune di Firenze, Provincia di Firenze. Non so con quanto abbiano contribuito (qualche migliaia di euro almeno?), quello che mi chiedo però è che tipo di ritorno – anche solo in immagine – possano avere avuto. Quanto e che tipo di pubblico ha attirato in Firenze questo tipo di manifestazione? Perché e con quale intento è stata organizzata?
Come sempre alla fine credo sia solo una questione di conoscenze giuste – indipendentemente da ciò che proponi – e le mie sono evidentemente sbagliate.
Buona luce
Ma perché tutti vogliono fare i fotografi?
by Edoardo on mar.25, 2013, under Generale, Matrimoni, Reportage, Viaggi
La fotografia è una cosa semplice. Basta avere qualcosa da dire.
Mario Giacomelli
Stavo parlando a me stesso come uno dei vecchi dell’ospizio che ho appena postato sul mio blog e ho deciso di condividere i miei pensieri in rete. Si legge un po’ dovunque e si sente ogni giorno sempre più quanto la crisi economica stia aggredendo a macchia di leopardo i settori più diversi del lavoro. Ci sono delle attività che a causa o grazie alle moderne tecnologie stanno scomparendo e forse chi si lamenta che non ha più lavoro dovrebbe farsi un mea culpa per non aver saputo leggere il cambiamento dei tempi. Tra gli esempi di macro aziende, mi vengono in mente la Kodak, che sta miseramente chiudendo, o la Sony, che sta licenziando decine di migliaia di dipendenti nel mondo. La prima non è stata in grado di riconvertirsi, continuando a produrre pellicole e macchine da stampa nell’era del digitale e la seconda continua ad avere una visione miope e ottusa del mercato, continuando a immettere prodotti, indubbiamente validi, ma ‘riservati’ a pochi; non credo di essere un veggente nel pronosticare che la memory card XQD è solo l’ultimo esempio di un prodotto destinato, a breve, a scomparire come a suo tempo è successo con il Betamax, il Trinitron e il Minidisc.
C’è poi chi si interstardisce a portare avanti delle attività che non hanno più ragione di esistere, tipo il negoziante di dischi o il noleggiatore di film. Poi c’è la crisi, credo irreversibile, della carta stampata. A parte il fatto che si legge sempre meno, certamente le nuove tecnologie legate al digitale stanno dando il colpo di grazia a un settore già in sofferenza. Molti magazines cartacei anche storici sono chiusi o sono prossimi a farlo. Qualcuno si è convertito per tempo e sta ritagliandosi una fetta del mercato sul web, altri invece sono semplicemente scomparsi.
L’affanno che c’è nell’editoria si riflette drammaticamente anche nell’attività del fotografo e, in particolare, del fotogiornalista o del fotografo di viaggio. Gli ‘assegnati’, salvo rarissime eccezioni, sono ormai scomparsi e la fotografia di ‘news’ è praticamente morta. Molti professionisti stanno lavorando su progetti più lunghi o su storie che, molto probabilmente e se sono fortunati, vedranno la luce su un libro, sempre che ci siano degli editori coraggiosi pronti a pubblicarlo. Leggevo di recente la storia di Daniel Rodrigues che prima di vincere il primo premio nell’ultimo World Press Photo nella categoria Daily News era stato costretto dagli eventi a vendere tutta la sua attrezzatura fotografica, non aveva più soldi per vivere e nessuno comprava i suoi lavori.
In questo panorama di drammatica precarietà una piccola oasi felice è rappresentata dalla fotografia di cerimonia, sebbene dei segnali di forte cambiamento inizino a percepirsi anche qui. Sono sempre più le coppie che decidono di affidare ad un amico che si diletta con il digitale la responsabilità di documentare un giorno unico di un evento irripetibile come il proprio matrimonio. Eh già…l’amico che, per il semplice fatto di aver comprato una macchina fotografica di ultima generazione, di essere magari iscritto ad un circolo fotografico e di aver fatto il servizio al matrimonio di suo cugino, si sente in grado di fare il fotografo di professione. Un po’ quello che succede anche tra i wedding planners. Soltanto perché si è organizzato il matrimonio della migliore amica, ecco che si pensa di essere in grado di farlo come lavoro. E come non parlare di coloro che dopo aver partecipato ad un workshop sulla fotografia si sentono pronti a loro volta ad insegnare, senza rendersi minimamente conto di quanto ‘lavoro’ c’è dietro, di quanta esperienza, di quanti studi e sacrifici, ma soprattutto di quale responsabilità si ha davanti. Chi si permette di fare, ad esempio, una lettura portfolio e non ha le dovute competenze, la necessaria esperienza e cultura rischia di indirizzare male o addirittura di ‘rovinare’ dei talenti per il semplice fatto che magari non hanno rispettato la ‘regola dei terzi’ nei loro scatti.
Non sto sparando nel mucchio, chi mi conosce sa quanto apprezzi, valorizzi, incentivi la fotografia di alcuni giovani talenti. Anzi, per assurdo, chi tra loro potrebbe diventare un ottimo professionista e avrebbe anche tanto da trasmettere agli altri si fa scrupoli o rimane nell’ombra. Nè tantomeno mi rivolgo ad alcuni mostri sacri della fotografia verso i quali, per il solo fatto che condividano la loro esperienza, il loro sapere, ci sarebbe da alzarsi in piedi in segno di rispetto.
Sembra che fare il fotografo oggi sia la cosa più banale del mondo. Nessuno si sognerebbe, per il semplice fatto di aver giocato con il Lego, di mettersi a costruire ponti. Invece ci si alza la mattina, si vede che Babbo Natale ci ha regalato una macchina fotografica e questo è sufficiente ad iniziare una professione. O peggio ancora si crede, vedendo ‘qualche’ fotografo che ha avuto successo e riesce a vivere dignitosamente, che sia facile fare altrettanto, in fondo (lui) ‘preme solo un pulsante di scatto’ e al massimo ha letto qualche libro. Se poi alla fine ci scappa anche un viaggio gratis posso anche organizzare dei workshop itineranti.
Non è così! L’ho già scritto, la fotografia non ha bisogno di mercenari e, soprattutto, chi crede di fare soldi facili con questo mestiere si sbaglia di grosso. Meglio se andasse a fare l’idraulico, l’elettricista, il giardiniere, guadagnerà molto di più. La Fotografia si deve fare con la testa, con gli occhi e con amore. Non voglio estremizzare troppo ma solo ricordare che c’è chi come Tim Hetherington o Rémi Ochlik è morto perché faceva seriamente il suo lavoro.
Veramente rendiamoci conto che la fotografia non è per tutti e, forse, non lo è neppure per me se due dei più grandi fotografi del secolo scorso, Mario Giacomelli e, in parte, Luigi Ghirri, considerati dallo stesso Majoli la migliore espressione della fotografia italiana, non lo facevano di professione.
Buona luce
Waiting room
by Edoardo on mar.21, 2013, under Reportage, Senza categoria, Viaggi
Che per gli ultimi quindici o vent’anni della sua vita un uomo non sia più che uno scarto è una cosa che denuncia il fallimento della nostra civiltà, e questo fatto ci prenderebbe alla gola se considerassimo i vecchi come uomini, con una vita d’uomini dietro di loro, e non come cadaveri ambulanti.
Simone de Beauvoir, La terza età, 1970
Per la società la vecchiaia è un ‘qualcosa’ di vergognoso di cui non parlare. Il mondo vive sull’apparenza, sul sorridere sempre, sul mostrarsi sempre in forma, fit well si direbbe in inglese e quando tutto questo svanisce, quando non sei più giovane e bello, quando non sei più autosufficiente e non basti più a te stesso ecco che vieni isolato, sbattuto alla porta, emarginato. Viene meno il rispetto, la riconoscenza, ci si dovrebbe togliere il cappello e dire grazie a chi ha i capelli bianchi e invece si nasconde e lo si parcheggia.
L’ospizio come anticamera della morte. Un uomo si annulla e inizia a contare alla rovescia. Il vecchio diventa eunuco del tempo. Ci si sente ombre, figure indefinite, i colori sbiadiscono, si fissa il vuoto, si ride solo quando si è annullata la coscienza. Gli occhi si velano di tristezza, si è persa ogni speranza. Le giornate passano lente, i ritmi sono scanditi dalle pause pranzo, le ore si susseguono uguali e non segnano più l’attesa di qualcosa se non della fine. Siamo in una waiting room, dove non c’è nemmeno qualche giornale da leggere.
E le istituzioni come rispondono? Si cerca, come in tutto, di non guardare in faccia la realtà, si cambiano i nomi per salvare le apparenze come se bastasse ciò a dare nuova dignità alla persona, al luogo. Diversamente abili, operatori ecologici, senzatetto, non vedenti, interruzione di gravidanza, male incurabile, case di riposo appunto. Non è così. Il sepolcro lo puoi imbiancare quanto vuoi, ma conterrà sempre un cadavere in putrefazione.
Ho avuto l’occasione di passare alcuni giorni in questo ospizio, in Nepal, costruito a 100 metri dalle rive del fiume sacro Bagmati dove vengono, nella tradizione induista, cremati i morti nel loro passaggio verso una nuova reincarnazione scandita dal samsara, il ciclo delle vite. Per onestà intellettuale si dovrebbe guardare a certi luoghi filtrandoli con la cultura del paese. La morte per la maggior parte degli orientali è vissuta e sentita in modo profondamente diverso dal nostro mondo; non se ne ha paura perché è una transizione necessaria verso una nuova vita terrena. Però, seppur consapevole, non ce l’ho fatta a non farmi coinvolgere, non sono riuscito a rimanere indifferente a ciò che ho visto, a quei volti senza nome, a quegli occhi senza speranza, a quei gesti ripetitivi come una sorta di giocattolo a cui stanno finendo le batterie. Forse le sensazioni che ho provato sono frutto del particolare momento che sto vivendo, forse leggevo nei volti di chi stavo fotografando solo un riflesso di ciò che avevo e ho dentro, non so.
Lascio a ognuno di voi, ma prima di tutto a me stesso, un modo per pensare e per riflettere sulla condizione del ‘vecchio’ dove, come tale, non mi limito ad una semplice considerazione anagrafica ma alla vita di tutti coloro che hanno perso la speranza nel futuro.
Buona luce
L’India che si muove
by Edoardo on mar.13, 2013, under Reportage, Senza categoria, Viaggi
Le ferrovie sono l’anima commerciale e sociale dell’India. La maggior parte degli indiani si muove in treno. Circa 20 milioni di persone utilizzano ogni giorno le ferrovie indiane per i loro spostamenti. Alcuni per solo poche decine di chilometri, altri per centinaia dal nord al sud del paese.
Indian Railways. Basta un solo viaggio di poche ore a farvi capire molto più dell’India di quello che non capireste in intere settimane. Anche perché i treni sono ormai parte della storia del Paese; introdotte dal governo coloniale britannico nel 1853 con una prima linea da Mumbai a Thane nello Stato federato del Maharashtra, la rete ferroviaria passò in mano al governo nel 1951 con l’indipendenza dell’India. La società statale INDIAN RAIL, attuale proprietaria, conta ben 65.000 chilometri di rete ferroviaria con 9,213 locomotive diesel (alcune ancora a carbone), una colossale ragnatela distribuita su tutto il territorio, tanto grande da essere stata divisa in ben 16 zone amministrative. Tra le 7500 stazioni ci sono anche le due con il nome più corto e più lungo del mondo: Ib e Venkatanarasimharajuvaripeta.
A proposito delle stazioni, un altro viaggio nel viaggio. Sembra di entrare in un caravanserraglio o in un bazar dove è possibile trovare di tutto e tutti. Un grande accampamento dove intere famiglie bivaccano in attesa del treno. Un suono sordo e profondo ne annuncia l’arrivo con una puntualità spesso disarmante. Insegne luminose indicano il punto preciso dove la carrozza della rispettiva classe si fermerà e al megafono i nomi dei treni in arrivo vengono annunciati in un inglese un po’ discutibile, ma abbastanza comprensibile.
Le classi sono 8 e vanno dalla prima con cuccette da quattro persone con aria condizionata e prese elettriche a quelle di classe più bassa senza prenotazione con sedili di ferro e legno, con maniglie saldate ed enormi ventilatori, dove in molti dormono arrampicati sugli spazi dei porta bagagli.
Il treno è la parte dell’India in cui si percepisce meglio di qualsiasi altra realtà una sospensione temporale tra tradizione e modernizzazione come è ben descritto ne ‘Il treno di notte’, opera di Ruskin Bond, uno degli autori più amati da intere generazioni indiane e non solo.
Un mondo dove si incontrano sadhu e commercianti, rappresentanti e pendolari, famiglie e senzatetto, mucche e bambini; un universo di persone che vanno e vengono, che scendono e salgono, che aspettano e arrivano. Un via vai infinito di gente che si muove su strade di ferro.
Buona luce
P.S.: se riuscite, procuratevi il magnifico documentario del National Geographic, The Great Indian Railways, credo che sia magistrale per approfondire l’argomento.
Ganga Ki Jay!
by Edoardo on mar.12, 2013, under Generale, Reportage, Viaggi
L’India, “un paese di un miliardo e duecento milioni di abitanti che vivono in seicentocinquantamila villaggi, dove si parlano più di settecentocinquanta lingue. Dove si adorano venti milioni di divinità”.
Dominique Lapierre
Succede alle storie proprio come succede ai pensieri, vengono sostituite da altre storie.
Sono appena rientrato dal Kumbh Mela indiano e so già che tra poco i miei ricordi sfumeranno e la mia mente verrà attratta da altri progetti. Grazie alla fotografia, potrò rivivere quello che i miei occhi hanno veduto. Ma è proprio per colpa della fotografia che non ho vissuto, nel suo svolgersi, le emozioni legate alla spiritualità dell’evento.
Quelle che seguono sono le parole di Anna Maspero che, seppur scritte in occasione del Kumbh del 2010 e indegnamente da me riadattate per descrivere il Kumbh di quest’anno appena terminato, sono comunque adatte ad accompagnare i miei scatti di quest’anno.
E’ l’ora magica del tramonto sul Gange, la dea Ganga, il fiume sacro a ottocento milioni di hindu. Le rive si illuminano di fuochi e risuonano dei canti e dei mantra della puja vespertina. In un’aria pregna di spiritualità, migliaia di pellegrini accendono le diya, piccole lanterne di creta alimentate da burro liquefatto o da un pezzetto di canfora, poi le abbandonano delicatamente alle acque scure dentro precarie imbarcazioni fatte di foglie e riempite di petali colorati. Anche noi ci avviciniamo ai falò, accendiamo gli stoppini delle nostre offerte e, con una preghiera di ringraziamento per essere testimoni e partecipi di questo grande rito collettivo, consegniamo al fiume la nostra fragile feluca. Guardiamo le fiammelle danzare sull’acqua simili a tanti fuochi fatui, accendendosi e spegnendosi come le lucciole le sere d’estate, le vediamo arenarsi contro un improvviso ostacolo e riprendere poi a fluttuare fino a scomparire, portate dalla corrente o inghiottite da un’onda un poco più forte…
In questa cerimonia del Ganga Aarti ci sono tutti e quattro gli elementi che secondo le antiche filosofie danno origine alla vita e all’intero universo: l’aria che alimenta la fiamma, la terra delle lanterne, il fuoco e, soprattutto, l’acqua.
L’acqua simboleggia la vita che scorre, rappresenta il divenire e la trasformazione, perché non ha inizio né fine o forse perché è inizio e fine. Da questo elemento il nostro mondo ha avuto principio così come nella materia densa del liquido amniotico prende forma la vita. D’acqua è costituita la quasi totalità della materia vivente così come la terra è circondata dagli oceani.
[Secondo moltissimi miti e religioni l’acqua è anche l’elemento purificatore: lo è nel battesimo per i cristiani, come nelle abluzioni prima della preghiera per i musulmani e gli ebrei. Ma lo è soprattutto qui nel sangam, il luogo dove il Gange si unisce allo Yamuna e al mitologico terzo fiume sotterraneo, nei riti quotidiani lungo le rive come nel bagno sacro collettivo che ogni tre anni vede milioni di pellegrini immergersi durante le sei settimane di celebrazione del Kumbh Mela].
Il Gange, questo grande fiume di vita e di morte, purificatore e funebre, rappresenta appieno lo spirito e la sacralità dell’India. Gli hindu credono che le sue sorgenti si trovino sulla cima del monte Meru, la mitica dimora degli dei e da lì scenda sulla terra passando attraverso la chioma intrecciata di Shiva. Indifferenti all’inquinamento del fiume che lungo i 2.500 chilometri del suo corso raccoglie gli scarichi industriali e i liquami delle oltre cento città attraversate, ripetono quotidianamente i loro riti fra rifiuti portati dalla corrente e resti di cremazioni e di offerte, convinti che immergersi nelle sue acque lavi dai peccati e sia una scorciatoia per il moksha, la liberazione dal cattivo karma e dal ciclo di morti e rinascite.
L’acqua purificatrice è l’elemento intorno a cui ruota il Kumbh Mela, il grandioso pellegrinaggio che rappresenta l’apice della spiritualità hindu e il cui nome deriva da Kumbh, “vaso”, simbolo di fertilità, e Mela, “festa”. Secondo la leggenda, mentre Dei e Demoni combattevano per il possesso del vaso colmo di nettare dell’immortalità, l’“amrita”, quattro gocce di ambrosia caddero sulla terra e da ciascuna di esse nacque una città sacra: Allahabad, alla confluenza di Gange, Yamuna e del mitico fiume Saraswati; Haridwar dove il Gange lascia l’Himalaya e incontra la pianura; Ujjain, sulle sponde del fiume Shipra e infine Nasik sulle rive del Godawari. In ciascuna di esse si celebra ogni dodici anni, a rotazione, il Kumbh Mela.
[Vi accorrono milioni di pellegrini e per il Maha Kumbh Mela del 2013, quello più grande e importante che si è svolto ad Allahabad, alcune stime, hanno parlato di oltre centoventi milioni, cifre che ne hanno fatto il più grande pellegrinaggio al mondo].
Lasciate le rive del fiume, ci addentriamo nella gigantesca tendopoli popolata da un’incredibile caleidoscopio di umanità.
[Tra i sadhu, che si riuniscono al Kumbh Mela, delle figure particolari sono i Naga – gli uomini asceti coperti di cenere – che da mattina a sera siedono nudi all'aperto e nel freddo a ravvivare la fiamma dedicata al dio distruttore di illusioni Shiva, tra chilum di hashish o lunghe meditazioni con lo sguardo fisso sul fuoco].
[Nei giorni in cui si verificano particolari condizioni astrali si hanno i cosiddetti bagni reali; tutti si lanciano in acqua assieme gridando Ganga Ki Jay!, un saluto al Fiume Madre che sta per unirsi al Padre Yamuna per generare Saraswati, e tutti insieme per raggiungere le immensità dell'Oceano, e da qui risalire al cielo da dove provengono].
Ma il vero spettacolo sono i milioni di pellegrini arrivati in treno e in autobus, a piedi e sui carri, a dorso di cammello o in sella a un cavallo… Alcuni indossano solo un panno di tela annodato in vita e ghirlande di fiori gialli al collo, altri sono drappeggiati in ricchi paramenti; molti uomini portano turbanti dai colori accesi, le donne hanno i corpi fasciati in preziosi sari… Per una volta tutti sembrano dimentichi di caste e appartenenze: l’acqua scura della Mama Ganga accoglie i suoi figli senza distinzione alcuna.
[A parte le nostre messe cristiane, durante le quali il vino e il pane si trasformano come in una puja orientale in corpo e sangue della divinità (molti indiani credono che Gesù sia morto nel Kashmir anziché sul Golgota), esistono ben pochi altri cerimoniali legati agli elementi della natura sopravvissuti tra gli uomini bianchi. Il Kumbh Mela è uno di questi].
Buona luce
‘Tomorrow we desappear’. Kathputli, il quartiere degli artisti, prossimo a scomparire
by Edoardo on mar.06, 2013, under Generale, Reportage, Viaggi

La bandana, gli orecchini, la collana e i baffoni. Sembra un gitano invece è un 'puppeteer' indiano nel Kathputli slum
Il quartiere di Kathputli, ubicato vicino a Shadipur Depot nella West Delhi, è la casa di una comunità di artisti da strada – oltre 2500 famiglie – che stanno da alcuni mesi lottando nel tentativo di preservare vecchie tradizioni, antiche forme di intrattenimento quali le marionette e le danze al ritmo dei tamburi.
Il nome dello slum è composto da due parole rajastane Kath che significa ‘legno’ e Putli che significa ‘parte dell’occhio’. Nel suo insieme Kathputli assume il significato di pupazzo fatto interamente di legno. In realtà adesso le marionette non sono più così come lo erano in origine, ma il legno è stato sostituito da stoffa e metallo.
Lo slum è incuneato ai margini di una discarica cittadina e molti di questi artisti vivono in costruzioni fatiscenti e prive di qualsiasi elementare norma igienica. I bambini spesso giocano sui binari della ferrovia o tra i rifiuti insieme ai maiali. Però l’atmosfera che si respira è di assoluta serenità, allegria. Una forte energia sembra emanarsi naturalmente tra la gente. Le donne cucinano per i vicoli del quartiere, preparano le zuppe di dhal (lenticche) e il chapati; gli uomini si esercitano suonando i tamburi e muovendo i pupazzi di stoffa. I sarti creano o aggiustano i vestiti delle marionette. E’ uno dei quartieri ‘magici’ della città, dove riescono a convivere in perfetta armonia uniti dalla passione per l’arte, induisti, cristiani e musulmani.

Le marionette e i tamburi sono gli 'strumenti' di lavoro di questa comunità prossima a scomparire, almeno nell'ubicazione
Tutto questo purtroppo sarà presto destinato a scomparire. Il governo della città ha deciso di ‘ripulire’ quest’area e di costruirci dei grandi magazzini. Sono stati offerti a queste persone dei nuovi alloggi con delle moderne facilities in altre zone, ma nessuno vuole lasciare le sue radici, i luoghi dove sono cresciuti, dove da generazioni portano avanti queste forme d’arte. Forse è proprio da quella terra, da quel modo di stare insieme, da quelle forme ‘antiche’ di condivisione che nasce e trova terreno fertile la vena artistica di questa comunità.
Puran Bhatt uno dei più conosciuti puppeteer del quartiere, vincitore di numerosi premi nazionali, crede che un artista dovrebbe rimanare tale indipendentemente dal luogo dove vive. L’arte fa parte del suo essere e non del luogo dove abita, ma ammette che Kathputli ha qualcosa di magico al suo interno. Bhagwati Haridwar, un volontario dell’Asian Heritage Foundation, crede che queste persone use a cucinare su fuochi di terracotta, utilizzare la legna come combustibile, legate a vecchie tradizioni di convivenza difficilmente potranno adattarsi e sopravvivere al sistema di vita di un appartamento cittadino.
Liliana Marulanda commentando un articolo apparso sul quotidiano locale The indian express riguardo al trasferimento – di fatto coatto – degli artisti di questo slum afferma: la riabilitazione degli slum deve tenere conto delle esigenze e delle abitudini anche culturali delle persone che ci abitano. […] . Come si può immaginare un puppeteer vivere al decimo piano di un palazzo, sarebbe come prendere un animale che ha sempre vissuto nella giungla e cercare di addomesticarlo.
Buona luce
Spesso la realtà è nascosta da pietose bugie
by Edoardo on feb.12, 2013, under Generale, Reportage, Senza categoria
A novembre sono stato in Nepal, era un viaggio fotografico Nikon e ruotava intorno a una delle più importanti festività induiste: la Dussehra. Il Festival è durato 10 giorni con delle manifestazioni, sia per le vie della capitale Kathmandù che nei paesi della valle, sempre diverse e dalle coreografie affascinanti. Unica eccezione uno degli ultimi giorni dove, in sacrificio a non mi ricordo quale divinità, si immolavano centinaia di animali tra pecore, capre e bovini vari. Decisamente troppo cruento e difficilmente comprensibile dalla nostra cultura occidentale.
Nel periodo in cui ero a Kathmandù mi sono imbattutto casualmente nel più importante orfanotrofio della città. Ai piedi della parte vecchia si affaccia su una delle strade più caotiche frequentate dai nepalesi e dai turisti che salgono a piedi nella piazza principale. Incuriosito sono entrato. Sono stato accolto da un gruppo prima imbarazzato e poi festante di ragazzini dall’età variabile tra i 4 e i 14 anni. Stavano giocando a calcio nel piazzale interno. Mi sono messo anche io a tirare due calci al pallone e poi ho iniziato a fotografare. Inizialmente l’idea era di fare due scatti, senza pensare a una storia da raccontare, poi un piccolo progetto ha cominciato a prendere forma nella mia mente. Niente di incredibile, ma mi sono messo in qualche modo a raccontare i ritmi della vita nell’orfanotrofio. Ci sono tornato di notte, prima della sveglia mattutina, sono stato con loro a colazione, a pranzo. Li guardavo mentre studiavano e mentre giocavano ai videogiochi caricati su un vecchio pc molto probabilmente donato ormai molti anni or sono. Sono tornato alla sera quando aiutavano a preparare la cena, apparecchiavano la sala mensa e ripulivano i piatti dopo mangiato. Li ho seguiti preparasi per andare a letto. Sono ritornato la mattina dopo le festività legate alla Dusserha e li ho osservati mentre si preparavano per andare a scuola, si lavavano i denti, si pettinavano, si vestivano con la divisa – pantaloni e giacca scuri, camicia bianca e cravatta bordeaux – aiutandosi a vicenda. I più grandi che legavano le scarpe ai piccoli e, paradossalmente, i piccoli che insegnavano a leggere ai più grandi. Li ho accompagnati, impeccabili nelle loro divise, stirate ogni mattina, fin dentro la scuola pubblica e ho assistito alle lezioni.
Tutto questo per diversi giorni, tutti quelli in cui sono stato a Kathmandù. Alla fine ho stampato le foto di ognuno e gliele ho consegnate prima del mio rientro in Italia. Erano felici, contenti della mia presenza. Quasi orgogliosi, credo, di presentare questo ‘strano’ soggetto, con due macchine fotografiche al collo, ai loro compagni di classe.
Al mio rientro ho cercato qualcosa che parlasse di questo orfanotrofio e mi sono imbattuto in questo:
Nove mesi di volontariato in un orfanotrofio di Kathmandu mi hanno cambiato la vita e insegnato come la realtà spesso sia nascosta da pietose bugie. Molti dei bambini che vivono negli istituti non sono veramente orfani. Individui senza scrupoli ingannano i genitori poveri delle zone rurali dicendo loro che, grazie alle sovvenzioni ricevute dall’estero e dai turisti, potranno mandare i figli a scuola e garantire loro tre pasti al giorno. Arrivati a Kathmandu, con la collaborazione di poliziotti corrotti, i bambini vengono dichiarati orfani, risultando quindi adottabili.
Buona luce
Sempre la solita storia, ma la fotografia di matrimonio non è solo ‘quella’.
by Edoardo on feb.06, 2013, under Generale, Matrimoni
La fotografia è probabilmente fra tutte le forme d’arte la più accessibile e la più gratificante. Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare. Può cogliere e comunicare emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione.
John Hedgecoe
Era da un po’ di tempo che non affrontavo più, almeno nel mio blog, questo argomento, ma le circostanze mi hanno stimolato a scriverne di nuovo. E’ da poco terminata una serie televisiva che ha visto raccontare la storia di grandi fotografi nei vari settori dell’immagine: moda, foto-giornalismo, ricerca e, strano ma vero, anche matrimonio. Sono veramente rimasto molto – piacevolmente, devo dire – sorpreso nel vedere che finalmente la ‘fotografia di matrimonio’ viene in qualche modo equiparata a quella che notoriamente e culturalmente viene identificata come la fotografia con la ‘F’ maiuscola. Addirittura si dedica un’intera puntata all’analisi di questo genere fotografico.
La delusione, purtroppo, è stata grande quando ho visto che, mentre nel fotogiornalismo venivano affrontati diversi approcci alla cosiddetta fotografia documentaria prendendo in esame alcuni tra i più importanti nomi del settore analizzandone le diverse peculiarità personali, nella foto di matrimonio si sono limitati a raccontare lo stereotipo del matrimonialista classico, quello che l’immaginario popolare identifica, appunto, con ‘Il Fotografo di Matrimonio’. Si racconta la storia di un noto e bravissimo professionista – lungi da me metterne in discussione la bravura – ma dall’approccio un po’ vecchio stile (senza dare a questo termine nessuna connotazione negativa, anzi). Nel suo modo di fare, bonariamente, perdonatemi il termine, becero ecco che si rivolge urlando agli sposi, sale sull’altare dietro al cerimoniere, indica con veemenza alla coppia come muoversi e mettersi, dove guardare, cosa fare, le pose da tenere. La presenza del fotografo è talmente invasiva al punto da spostare i mobili di casa durante la preparazione della sposa, creando una sorta di set cinematografico con tanto di sfondo nero coadiuvato da diversi assistenti che si adoperano per illuminare con flash esterni la scena. Dal video non si riesce a capire quanto tempo durano i cosiddetti ‘esterni’, ma da come si muove il fotografo e per la tipologia dello scatto credo che si possa parlare tranquillamente di ore.
Non voglio, e lo sottolineo nuovamente per non creare degli spiacevoli fraintendimenti, criticare il lavoro di un collega che, nel suo genere, è sicuramente tra i più importanti e noti professionisti italiani, ma voglio evidenziare che ancora una volta dal mondo dei media (leggi l’altro mio post sull’argomento) si fa passare il messaggio che il fotografo matrimonialista sia solo di quel tipo. Si continua a ignorare che esiste qualcosa di diverso, non dico di migliore, ma di diverso. Sembra non si voglia, e non ne capisco sinceramente il motivo, parlare della fotografia di matrimonio in chiave foto giornalistica.
Credo sia importante, anzi fondamentale, ricordare che già da alcuni anni qui in Italia e da un paio di decenni all’estero, si sta affermando un modo di affrontare l’evento matrimonio con un taglio assolutamente opposto a quello descritto nella puntata televisiva in questione. Non più le pose, più o meno, stereotipate o l’intervento pressante e invasivo del fotografo, ma un approccio silenzioso, quasi a rubare un momento, a raccontare un’emozione. Ci si muove in forma discreta intorno alla coppia cercando di cogliere quello che accade durante il loro giorno; gli sposi, pur restando i protagonisti del matrimonio, vengono ‘raccontati’ nello svolgersi dell’evento, circondati dai loro amici, genitori, parenti. Si cerca di fermare degli attimi di vita vera. Il matrimonio viene visto come un evento e come tale si cerca di raccontarne la storia. Insomma, con i dovuti distinguo, la fotografia di cerimonia diventa un altro aspetto di quella di tipo documentario o foto giornalistico con un progetto già scritto e, se vuoi, ripetitivo, ma grazie alla personalità del fotografo comunque unico ed esclusivo.
Mi sarebbe piaciuto che si fossero fatte vedere queste due facce del ‘matrimonialista’, magari nella stessa puntata (sarebbe stato veramente chiedere troppo dedicarne due). Sarebbe stata un’occasione molto importante per la riqualificazione della nostra figura nell’ambiente della fotografia importante che lega al ‘reportage’ le sue eccellenze. Peccato poteva essere veramente un modo per far vedere, prima al ‘pubblico’ e poi agli ‘addetti ai lavori’ che il matrimonialista è anche altro.
Buona luce
Bianco e nero, l’anima della fotografia
by Edoardo on gen.07, 2013, under Generale, Reportage
‘La fotografia in bianco e nero è un modo speciale di vedere e registrare ciò che ci circonda. In un mondo prodigo di colori onnipresenti, il bianco e nero offre chiarezza di forma, intensità di carattere e azione fuori dal tempo. C’è una ‘alterità’ speciale nell’immagine in bianco e nero. Non è che la fotografia a colori non mi piaccia; è solo che il mio approccio è diverso e ha diverso fine. Con il bianco e nero potete arrivare all’essenziale. Consente maggiore chiarezza; ha la capacità di cogliere il carattere di una persona sul suo viso segnato, di esprimere l’essenza di un luogo attraverso il gioco di luci in un paesaggio, o fermare un attimo fuori dal tempo sullo sfondo di un’azione. Il bianco e nero aiuta a estrarre il messaggio; aiuta a vedere oltre la copertura del colore l’essenza di una cosa, una persona, o un luogo. E’ fuori dal tempo.’ [Richard Olsenius, fotografo National Geographic].
E’ curioso che un fotografo che lavora per il grande magazine americano, possa scrivere certe cose sul bianco e nero. E’ noto infatti che il National Geographic non pubblica in bianco e nero, o meglio lo fa solo molto, ma molto raramente. Lo fece nel 1984 quando l’allora associate editor, Bill Garrett (che in seguito sarebbe diventato editor) commissionò un servizio sugli indiani Yupik a Don Doll un sacerdote gesuita che ha usato la forza della fotografia per descrivere, insegnare e approfondire la vita delle persone che era stato chiamato a servire nella sua funzione di prete. Padre Doll accettò l’incarico ma a condizione che potesse scattare in bianco e nero, e così fu.
Leggendo le parole di Olsenius mi sono fermato a riflettere su cosa vuol veramente dire scattare in bianco e nero. Per oltre 20 anni ho sempre scattato a colori, mi sono studiato tutti i libri di McCurry così come ho cercato di ispirarmi alla sua fotografia cercando di catturare quell’equilibrio nei colori e quelle atmosfere dolcemente sature che trasparivano dalle sue fotografie. Sono abbonato all’edizione americana del National Geographic dal 1984 senza aver perso un solo numero. Confesso, leggo poco gli articoli pubblicati, ma da allora mi sono sempre studiato le fotografie pubblicate relativamente al reportage, un po’ meno quelle naturalistiche. Mi sono comprato i libri della Meiselas, di Harvey, di Webb proprio per leggere il loro approccio al colore. Da tutto ciò ho imparato molto, almeno credo. Da un paio d’anni però quella fotografia basata sul colore che tanto mi rappresentava adesso ha qualcosa che non mi appartiene più o quantomeno non esprime pienamente quello che voglio o tento di raccontare con i miei scatti. Come dice Scianna, si fotografa solo ciò che in qualche modo ci appartiene e io aggiungo che la fotografia è in qualche modo lo specchio di te stesso oltre che del mondo. Quando le tue immagini riflettono qualcuno o qualcosa che non è più la persona che pensi di essere allora ti fermi e rifletti su come fare per riprendere quel percorso affinché le tue foto possano nuovamente rappresentarti. In questa ricerca alcune volte difficile e drammatica mi sono imbattuto nel bianco e nero e mi si è aperto un mondo. Devo dire che in questo cammino ci sono state alcune persone che mi hanno preso per mano e con loro, una in particolare, ho iniziato a muovermi in questo ambiente per me poco conosciuto. Ho iniziato a comprare libri di grandi maestri da Bresson, Smith, Frank, Doisneu fino a Majoli e, su tutti, Pellegrin.
La prima cosa sulla quale mi sono scontrato è stato il fatto che per scattare in bianco e nero devi pensare in bianco e nero. Non facile. Non riuscivo a vedere il mondo senza colori, in una scala più o meno continua di grigi. Purtroppo ancora adesso devo convertire il file in monocromatico e iniziare a lavorare la foto per capire la potenza dello scatto. Ho iniziato a impostare direttamente sul monitor la visione in bianco e nero e questo certamente aiuta. Ma il cammino è ancora lungo e non so se porterà da qualche parte. Però è un cammino che una volta intrapreso senti il bisogno di approfondire di andare oltre perché ci sono delle storie, dei racconti in cui lo scattare a colori è limitante, parziale. Ti rendi conto che la cromia distrae nella lettura della foto e che non riesce a trasmettere quelle emozioni, quell’atmosfera, quelle sensazioni che sentivi mentre scattavi. Il colore ti fa leggere la superficie delle cose ma non arriva all’intimità del racconto. Il bianco e nero, spesso, è l’anima della fotografia.

uno scatto del mio ultimo progetto 'Lentextile hostel' che avevo pensato in b/n ma che poi ho fatto a colori
Con questo non rinnego assolutamente il colore, anzi. Ci sono delle situazioni, forse dettate anche dal tuo stato d’animo, che solo il colore riesce a darne il giusto spessore emotivo. Il reportage che ho fatto pochi giorni fa in Armenia ho provato a farlo in bianco e nero, ma solo nel colore ho visto e sentito rivivere nelle foto quello che ho vissuto.
Concludo con le parole del grande fotografo iraniano Abbas che solo adesso che mi sto avvicinando a questo ‘nuovo’ modo espressivo ho iniziato a capire: ‘Comincio a vedere in bianco e nero. Qualsiasi tono di colore io lo traduco in toni di grigio, nero e bianco. Ti consente di lavorare in un modo diverso. Quando non devi lavorare con i colori della realtà, lavori davvero con altre cose. Il mondo può essere a colori, ma il bianco e nero lo trascende.’
Buona luce









































