Gli sfollati di Tskaltubo trent’anni dopo la guerra

Negli anni in cui l’URSS cessava di esistere sotto i colpi della perestrojka di Gorbacev, sentimenti secessionisti si alimentavano in alcune regioni al nord dell’attuale Georgia. Dopo che, nel 1991, quest’ultima dichiarò la sua indipendenza dall’ormai dissolta Unione Sovietica, la regione dell’Abkhazia si auto proclamò Repubblica Indipendente. Questo accese, l’anno successivo, un violento conflitto con la neonata Georgia che ne rivendicava la territorialità.

La guerra terminò nel 1993, con la conquista da parte dei secessionisti abcasi, aiutati dai militari russi, della capitale Sukhumi e la sottoscrizione di un trattato di pace a Ginevra, che però non ha mai portato ad una definitiva cessazione delle ostilità. Nel 1994, il parlamento di Sukhumi ha proclamato la sovranità della Repubblica dell’Abcasia riconosciuta però solo da 6 stati sovrani tra cui la Russia, il Venezuela e Cuba.

In quegli anni, si susseguirono drammatici fenomeni di “pulizia etnica”: nella primavera 1995 i georgiani presenti in Abkhazia – che nel 1989 costituivano ancora il 45% della popolazione – erano ridotti ormai a solo 35.000.

In parte vittime delle persecuzioni attuate dagli abcasi, in parte profughi di fronte al clima di violenza e ai massacri – riconosciuti ufficialmente dalla comunità internazionale – oltre 200.000 georgiani furono quindi costretti ad abbandonare le loro abitazioni e a intraprendere un lungo viaggio attraverso le montagne caucasiche. Molti di loro, da ormai trent’anni, si sono stabiliti a Tskaltubo, la città georgiana un tempo affollata di oligarghi sovietici, Lenin su tutti, che svernavano nei sontuosi ‘sanatori’ cittadini tra massaggi e trattamenti terapeutici grazie alle proprietà curative delle acque termali ricche di radon e azoto.

Qui, fino al 1989, centinaia di migliaia di persone venivano ogni anno da tutta l’Europa dell’Est per riposarsi, divertirsi e curare malattie respiratorie e cardiovascolari, grazie alle qualità terapeutiche delle terme locali.

Già negli anni ‘30 la composizione chimica dell’acqua di Tskaltubo – i livelli altissimi di radon e azoto mantengono stabile la temperatura intorno ai 35°C – fu al centro di ampi studi idrogeologici degli scienziati sovietici. Nessuna altra fonte dell’intero continente euroasiatico presentava simili caratteristiche.

Quando Stalin visitò l’area per la prima volta nel 1933, rimase colpito dal fatto che a soli 200 km da Gori, la sua città natale, esistesse un posto in cui l’acqua aveva la stessa temperatura del corpo umano ed era in grado di contrastare oltre sessanta malattie differenti. Stabilì quindi che li sarebbe nata la città termale del popolo e in soli nove mesi fu costruito un gigantesco palazzo in marmo collegato alle sorgenti “miracolose”. Nasceva così uno dei primi grandi centri benessere dell’Unione, una spa d’eccellenza dove i cittadini sovietici avrebbero potuto beneficiare ogni anno di 20 giorni di cure gratuite.

Nel “bagno di Stalin”, come tuttora viene chiamato l’edificio bianco e imponente al centro dell’area, si sono rilassati tutti i grandi gerarchi dell’Unione e gli alleati più importanti. Stalin risiedeva per diverse settimane l’anno nell’attuale Legends SPA Resort che ha mantenuto intatto nel tempo – fu costruito nel 1947 – la sua struttura originale grazie anche ad un profondo restauro. A lato del corpo centrale si trova l’edificio che ospitava lo studio, il salotto e la camera personale del dittatore sovietico i cui arredi originali sono stati lasciati come all’epoca in cui soggiornava.

A poche centinaia di metri dalle colonne bianche e lucenti del “Bagno di Stalin”, c’è un vecchio hotel con le pareti annerite e le finestre spaccate. Legno marcio sui balconi, tende di fortuna a coprire i buchi e qualche antenna satellitare che sbuca malconcia dai terrazzi. Ai tempi d’oro era un “sanatorio”, ora ci vivono famiglie di profughi.

Il 2023 rappresenta un anniversario drammatico per molti di loro che da tre decenni vivono in una situazione di degrado totale continuando a occupare i vecchi ‘sanatori’ ormai ridotti a fatiscenti e pericolanti strutture. La polizia georgiana non vuole che si visitono questi luoghi, forse per nascondere la parziale inefficienza del governo che ancora non è riuscito a trovare una situazione abitativa alternativa per le famiglie rimaste.

Entrando nel parco e salendo le scale davanti agli ingressi principali si può immaginare quanto fossero stati belli questi edifici. Architetture possenti con archi sorretti da immense colonne in marmo. Eleganti scalinate che convergono in ampie hall anch’esse colonnate. Camminando per i corridoi ormai distrutti dal tempo s’incontrano oggetti che sottendono storie: una valigia consunta, un’elegante scarpa da donna, un paio di occhiali rotti. Chissà che racconti dietro ad ognuna di queste cose. Come quella di Gucha, uno dei pochi occupanti rimasti nelle vecchie abitazioni che furono gli alloggi degli atleti del grande palazzetto dello sport: ‘ero un soldato e ho combattutto contro i russi durante la guerra, ma poi sono dovuto fuggire e rifugiarmi con mia moglie qui a Tskaltubo.‘ Mostra con orgoglio il suo tesserino di veterano di guerra, magra consolazione dopo aver lottato per difendere la propria terra. Sua moglie, Tarejan, non ha perso il sorriso e il senso dell’ospitalità.

In molti edifici si percepisce la vita, ma non la si osserva. Al mattino le ‘stanze’ restano vuote. Qualche abito appeso alle pareti, forse l’unico cambio pulito. Un libro sulla Florida (forse un sogno impossibile), dei calendari che scandiscono un tempo che sembra non passare mai. Qualche illustrazione sui muri scrostati dove la carta da parti si è ormai consumata. L’immagine della Madonna e di qualche santo per non perdere la speranza di un futuro migliore. Qualcuno ha trovato lavoro come taxista, ma non ha soldi sufficienti per trovare una nuova sistemazione. Dei fotografi locali portano una coppia di neo sposi a fare gli ‘esterni’ in questi luoghi decadenti, una sorta di inconsapevole di Dark Tourism.

Il 30 settembre in Abkhazia si festeggia il “Giorno dell’Indipendenza”. In quel giorno, nel 1993, l’intera regione (ad eccezione della gola del Kodori) passò sotto il controllo degli indipendentisti. In Georgia si ricorda invece con particolare dolore il 27 settembre dello stesso anno, giorno della caduta di Sukhumi, l’ultimo baluardo georgiano in terra abcasa.

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