La Fotografia invecchia?

Parlando con degli amici a cena mi è capitato di sentire qualcuno che definiva il modo di scattare di qualche fotografo come ‘vecchio’, nel senso di: non più alla moda, cool. Sul momento ho soprasseduto, non ho riflettuto su quanto detto e non mi sono fermato a pensare se fosse veramente così. Qualche giorno dopo però mi sono tornate alle mente quelle parole. Sono andato così nella mia libreria e, degustando un buon Gin Tonic, ho iniziato a sfogliare alcuni miei libri: una retrospettiva di Smith, il capolavoro di Frank, The Americans, The suffering of light di Webb ma anche dei reportage di Pellegrin tipo Dies Irae o When I was dying tutti testi che raccontano di lavori che racchiudono una fotografia fatta in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta fino ai primi anni Novanta.

© Eugene Smith – © Robert Frank – © Alex Webb – © Paolo Pellegrin

Ecco, guardando quelle immagini tutto ho pensato fuorché fossero datate. Osservavo quegli scatti, quelle storie e non riuscivo a collocarle temporalmente, se non per gli argomenti trattati. Ciò che notavo, tra i fotografi, era un approccio diverso alla fotografia, una visione personale dei vari progetti, si evidenziava l’autorialità, la sensibilità, la forma, lo stile, ma niente che mi facesse pensare a una fotografia vecchia. Allora ho preso dei libri di Avedon e di Lindbergh, ho sfogliato Marpessa (1994) di Scianna pensando che magari nel mondo della moda si percepisse questo passare del tempo, ma anche in quel caso tutto mi sembrava così contemporaneo. Stesso discorso e medesimo risultato l’ho avuto con dei libri di architettura guardando qualcosa di Basilico. Allora sono andato nel mio archivio e ho preso a caso qualche servizio fotografico di matrimonio fatto 20 o più anni fa e mi sono posto la stessa domanda. Guardando le foto di allora certamente ho notato un ‘Edoardo’ diverso, delle immagini ancora molto acerbe, figlie di un’esperienza piuttosto limitata in quel campo, uno stile che andava prendendo forma, che necessitava di contaminazioni, ma anche in quel caso nulla che fosse ‘superato’, anacronistico.

Ciò che evidenziavo era sempre la presenza di un Autore con una propria sensibilità, che magari si modificava nel tempo perché rifletteva il cambiamento intimo e personale del fotografo, ma non c’era niente che facesse pensare a una fotografia superata. Dove invece notavo con evidenza lo scorrere del tempo era nei materiali, nelle stampe, nelle possibilità di lavorare in scarse condizioni di luce, nel riuscire a fermare degli attimi o delle situazioni altrimenti impossibili senza l’avanzare di una nuova scienza. Ma è sempre stato così. In un ritratto di Nadar si notano tutti i limiti della tecnologia di allora, ma si può dire che quella sia una fotografia vecchia?

L’intensità che traspare nel suo famoso ritratto di Baudelaire è meno forte rispetto a Sharbat Gula fotografata da McCurry? E la potenza dei lavori di Eugene Smith o della Bourke White sono ‘vecchi’ rispetto ai reportage di Bucciarelli o Berehulak? Direi proprio di no. Qualcuno pensa che se ci fosse una qualsiasi delle immagini di Carlisi tratte dal suo libro, Il valzer di un giorno (2010), in un album di matrimonio di oggi, qualche sposa le considererebbe ‘superate’? Sono i costumi e le tradizioni ad essere diversi, sono le situazioni o la cultura di un popolo ad essere passata, ma non il linguaggio narrativo utilizzato dal fotografo. Si contano sulle dita di una mano quei fotografi che hanno creato una sorta di spartiacque definendo un prima e un dopo.

© Nadar – © Steve McCurry – © Franco Carlisi – © Edoardo Agresti

Taluni pensano – e questa visione è sempre più imperante – che sia l’utilizzo di un preset di Lightroom o di un filtro di Instragram a dare modernità a una fotografia, a renderla ‘al passo con i tempi’ (come se nel passato, tra l’altro, non si fosse fatto uso di dominanti cromatiche come il cross processing o il processo inverso), ignorando il fatto che sia invece ciò che l’immagine racconta a determinare se ho davanti qualcosa di buono o meno. Oggi è solo più facile, grazie ai programmi di fotoritocco, usare certe elaborazioni e dare una impronta cromatica all’immagine, ma il perché e le motivazioni che hanno spinto l’Autore ad usarle dovrebbero essere le stesse del passato e cioè enfatizzare un messaggio, uno stato d’animo, un modo di narrare. Se invece qualcuno lega la propria fotografia alle tendenze del momento, al filtro Argentic o Blueberry senza essere ancorato a una visione personale, a uno stile che rispetti anche il suo essere unico, la sua sensibilità, il suo ‘vedere’ allora probabilmente la sua fotografia davvero sarà ‘passata’ e superata tra qualche anno per non dire qualche mese e si vedrà sempre costretto a rincorrere il ‘filtro del giorno’ per essere contemporaneo.

In conclusione credo che non esistano delle fotografie vecchie, ma solo delle fotografie buone e delle fotografie inutili indipendentemente da quando siano state fatte. Ecco forse quelle inutili sono delle fotografie vecchie, come lo è del resto una scarpa bucata o un preservativo usato, ma in questo caso non è una questione temporale.

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