Reportage, storytelling, foto giornalismo sono la stessa cosa? Che succede nel matrimonio oggi.

Le parole sono quei ‘sostantivi’ che danno significato alle cose, alle professioni, alle emozioni e ci permettono di comunicare e dialogare con gli altri. Per questo è importante, onde evitare fraintendimenti, avere chiaro il concetto che una parola sottende. Nell’ambito della fotografia e in particolare in quella di matrimonio si usano spesso e in modo indifferente e sovrapposto i termini: fotoreporter, fotogiornalista, story teller. In realtà queste tre figure fanno riferimento a degli approcci allo scatto piuttosto diversi tra loro. Una base comune sembrerebbe essere il reportage, ossia il riportare i fatti, ma anche questo non è corretto o almeno non del tutto.

Fare del reportage vuol dire raccontare l’evento così come esso si svolge davanti agli occhi del fotografo. Sta a colui che scatta, grazie al suo ‘limite e punto di vista’ cioè al suo essere Autore, dare la sua interpretazione stilistica. Fare del reportage vuol dire non intervenire sulla scena. Il reportage diventa fotogiornalismo nel momento in cui la ‘notizia’, che sottende il lavoro, ha un’ampia rilevanza e un forte interesse collettivo. Se ne deduce che in ambito matrimonialista, a meno che non si stia fotografando un matrimonio regale o quello di una coppia molto famosa, chi fotografa non sta facendo del fotogiornalismo. Il fotografo può definirsi reporter, in quanto racconta un accadimento, e può approcciarsi con uno stile fotogiornalistico, ma non si potrà mai definire, almeno mentre sta lavorando su quell’evento, un fotogiornalista.

Se però il fotografo incaricato di documentare il matrimonio – ma vale non solo per questo evento – decide di costruire la composizione, di ‘controllare’ la scena, di spostare elementi, di creare una sorta di set più o meno verosimile allora non si può più parlare di reportage ma di storytelling, un termine inglese con il quale si è voluto identificare un genere fotografico. Molti fotografi anche famosi, tipo Steve McCurry, si sono nel tempo definiti storyteller proprio perché molte delle fotografie erano ‘costruite’ o ‘manipolate’ in modo ‘distruttivo’ con programmi di ritocco digitale tipo Photoshop.

Dopo questa lunga premessa dove spero si siano capite le varie differenze nei termini in modo da usare un linguaggio codificato e univoco ecco la mia storia e come si è formata nel tempo la mia idea di fotografia di matrimonio.

Quando iniziai, circa 30 anni fa, a raccontare con la fotografia i matrimoni, era praticamente quasi sconosciuto un approccio fotogiornalistico all’evento. Le foto di matrimoni erano per default quelle stereotipate dello sposo che, giacca sulla spalla, si appoggiava al muro scrostato di una villa fatiscente e della sposa che, prima di uscire di casa, guardava fuori dalla finestra attraverso la tenda bianca con uno sguardo fintamente interessato. Seguivano poi quelle pose di lei che guarda lui con improbabili occhi languidi o peggio ancora quei tentativi solitamente poco riusciti di voler fare della sposa la modella sexy facendole assumere delle posizioni tristemente imbarazzanti. Spesso dopo la fine della cerimonia in chiesa si rifacevano, a porte chiuse, lo scambio degli anelli e altri scatti, sfruttando i potenti fari Ianiro che facevano dell’altare una sorta di set cinematografico bollywoodiano. L’album di matrimonio, in improbabili formati 60×60 cm con pesanti copertine in legno, era corredato da circa 100 stampe di cui almeno la metà erano dei ritratti degli sposi e, salvo poche eccezioni, il resto era costituito dai gruppi degli invitati nelle 2 alla ‘n’ combinazioni possibili, dove ‘n’ è il numero degli invitati.

Era raro andare in una location tipo una villa medicea o un castello medievale, più comunemente era un ristorante il luogo deputato per il ricevimento di nozze. Il direttore di sala sapeva che, dalla fine della cerimonia all’arrivo degli sposi, passavano almeno 3 ore, il tempo minimo necessario per fare i cosiddetti esterni, ed era pronto a tirare fuori la torta perché il fotografo doveva fare il finto taglio che coincideva con la fine del servizio. Baci, abbracci e gli sposi, sfiniti prima ancora di iniziare la festa, rivedevano il fotografo in genere al rientro dal viaggio di nozze per visionare i provini.

Beh in questo panorama io e pochi altri (perdonatemi questa punta di immodestia) iniziammo col proporre qualcosa di veramente diverso. Già venivo dal reportage di viaggio e sociale e, sebbene con moltissimi limiti, cercai di presentare ai futuri sposi un approccio opposto a quello che era la ‘normalità’ del servizio tentando di riportare la mia esperienza di photoreporter anche nel matrimonio. In fondo mi dicevo, si tratta comunque di un evento e quindi che differenza c’è tra documentare una festa in India da un matrimonio in Italia. Quindi niente pose, niente sposa sul letto prima di uscire di casa, niente fari in chiesa, niente foto davanti all’altare con i genitori, niente rotoloni di grano o campi di girasole, niente pannellini riflettenti. Magari lungo la strada che portava al ricevimento di nozze ci fermavamo a prendere un aperitivo o a fare qualche scatto in luoghi che in qualche modo erano legati alla storia della coppia. Mi ricordo un bel servizio fotografico alla stazione dei treni dove gli sposi si salutavano ogni mattina essendo lui pendolare tra Firenze e Bologna. Spesso il nostro arrivo al ristorante era in contemporanea con gli invitati che si chiedevano quando e dove fossimo andati a fare le foto con gli sposi. I maitre si meravigliavano quando ci vedevano arrivare perché non erano ancora pronti ad accogliere la coppia. Scattavo i miei venti rullini tra b/n, colore e infrarosso (la Kodak faceva una bellissima pellicola e credo, grazie al mio ‘maestro’ Magherini, di essere stato tra i primi a utilizzarla nei matrimoni. Oggi continuo a lavorare con l’infrarosso ma avendo convertito una macchina digitale). Fare del buon bianco e nero era un’arte, bisognava saper usare i filtri adatti per enfatizzare il cielo e le nuvole e la stampa doveva essere fatta da persone che ne sapevano di camera oscura. Nascevano le prime associazioni che raccoglievano veramente i migliori ‘matrimonialisti’ che si avvicinavano a questo nuovo approccio al servizio e in wpja (giusto per citarne una), i fotografi che riuscivano ad entrarvi si contavano sulle dita di una mano (credo che il toscano Carletti sia stato meritatamente uno dei primi).

Mi ricordo che – e sembra incredibile – a quel tempo avevo il 95% di conferme. Già sapevo che quando una coppia veniva da me in studio il servizio fotografico era praticamente confermato. Poco dopo iniziai a fare i primi workshop su questo nuovo modo di avvicinarsi alla foto di matrimonio e i vari colleghi con cui mi confrontavo mi guardavano con gli occhi di ‘un incontro ravvicinato del terzo tipo’. Le domande più ricorrenti riguardavano sia la tecnica – ma come fai a non utilizzare le lampade e 4 flash in chiesa? – sia la presentazione del lavoro – ma come, non fai scegliere le foto agli sposi? -.

Insomma, questo nuovo modo di porsi usciva nettamente dalla stagnazione che stava vivendo la fotografia di cerimonia dando una visione diversa del servizio fotografico. Non necessariamente migliore, ma sicuramente dava agli sposi una scelta verso un qualcosa che, all’epoca, era veramente poco diffuso e soprattutto usciva dalla logica comune imperante nella gente che: ‘in fondo tutte le foto di matrimonio sono uguali’.

Beh a distanza di quasi trent’anni le cose sono sicuramente cambiate. Adesso su 100 fotografi almeno 90 si vendono come ‘reportagisti’. Per chi cerca questo genere la parola ‘foto in posa’ pronunciata alle coppie che vengono a vedere i tuoi lavori è da evitare come la kriptonite per Superman. Tutto questo è stato un bene per la fotografia. Dando uno sguardo nei vari social si vede come sia cresciuta e siano nati signor fotografi in questo campo che, prima, era esclusiva del mondo del ‘photojournalism’ sociale o di guerra. Con ciò non è che la fotografia di matrimonio sia di colpo diventata un genere da serie A, purtroppo è ancora lontano quel momento se mai ci sarà, ma è certo che, almeno qualitativamente, l’asticella del livello si è molto alzata.

Quello che, però, mi sta facendo riflettere in questi ultimi anni e che mi appare sempre più evidente (i contest di fotografia di matrimonio ne sono un esempio lampante) è che anche nel reportage si stia piano piano assistendo a una omologazione degli scatti. La cosa è veramente curiosa perché questo stile dovrebbe dare dei risultati sempre diversi in quanto dovrebbe raccontare delle storie personali. Purtroppo, a fronte di poche valide eccezioni, quello che si vede in giro è spesso (troppo) uno scopiazzare, più o meno bene, quello che altri hanno fatto. Non parlo di trarre ispirazione, farsi contaminare o seguire un determinato stile, credo che questo faccia parte proprio della evoluzione di tutte le forme d’arte (anche se potremmo discutere sulla parola ‘arte’), ma del plagio vero e proprio che spesso va anche oltre lo scatto. Da una parte si assiste alla nascita di cloni talvolta mal riusciti, ma dall’altra, ed è forse la cosa più drammatica, non si è più in grado di identificare nello scatto l’anima del fotografo. Si perde così una cosa importante dell’essere fotografo: la propria identità. Resta il riferimento a un particolare stile, ma non si distingue più l’autore della foto. Stessi tagli, stesse inquadrature, stesse situazioni, stesse emozioni, stesse post produzioni, stesse presentazioni. Eppure è proprio una contraddizione in termini, un ossimoro evidente, stiamo assistendo al reportage standardizzato.

Forse sto esagerando non so, ma per chi, come me, fa della fotografia uno specchio dei propri sentimenti e stati d’animo riesce veramente difficile capire come si possa esprimersi limitandosi a copiare.

Credo che ognuno di noi si dovrebbe avvicinare con più rispetto alla fotografia e al lavoro degli ‘altri’. Dovrebbe rendersi conto che dietro a uno scatto non ci sono solo una serie di pixels, ma c’è un mondo, una storia, una raccolta di esperienze, di vita vissuta, di emozioni, di pianti, di risa, di notti insonni, di viaggi, di intimità e tutte queste cose sono l’identità prima dell’Uomo e poi del fotografo.

Queste considerazioni hanno un carattere assolutamente generale e non riguardano solamente la mia fotografia (se parlare di ‘mia’ ha comunque un senso). Sono delle esternazioni al limite tra lo sfogo e la riflessione, ma credo possano essere degli spunti su cui fermarsi a pensare.

Buona luce

 

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