‘Come faccio a diventare un fotografo come te?’

Parigi 1988, i componenti della Magnun – fotografia di Elliott Erwitt – collezione personale

I miei workshops, seminari, incontri in circoli fotografici hanno tutti un elemento comune che li unisce: l’inizio e la conclusione. Parto sempre con un estratto – la prima parte – della risposta ad una lettera che il figlio di George Rodger scrisse a suo padre nel 1970 e termino con la parte finale della stessa.

Rodger è stato, oltre a un grande fotografo, uno dei 5 fondatori della più importante ‘cooperativa’ di fotografi al mondo, la Magnum. Nata in un albergo di New York – si dice stappando una magnum di champagne, da cui il nome – nel 1947 rappresentava allora e lo fa tutt’oggi il gotha della fotografia internazionale. Nel corso degli anni ha perso il suo carattere puramente fotogiornalistico ammettendo al suo interno anche fotografi di diverse discipline e generi. Sicuramente non è più la sola. Sulla sua scia ne sono nate altre che non hanno niente da invidiare alla ‘madre’ di tutte. Ricordo tra le più note la VII fondata da Nachtwey – anche se adesso non ne fa più parte – e dalla Boulat; la VU; la Noor con Zizola e la Fazzina; la Contrasto e altre ancora ugualmente importanti che non sto qui ad elencare.

Navigando in internet e grazie alla segnalazione di un amico ho ritrovato il testo completo della lettera. L’avevo perduto e mi erano rimasti soltanto gli ‘estratti’ che avevo inserito nei miei ‘format’. Così mi sono permesso di fare un ‘copia/incolla’ e di riportare di seguito l’integrale. Credo che la sua lettura sia molto interessante e soprattutto fa riflettere sulla fotografia e sull’approccio che ognuno di noi dovrebbe avere. Tecnica, umiltà, amore. Mi sento di riassumere in questi tre elementi i concetti fondamentali che emergono dalla lettura e che condivido con tutto me stesso.

Lettera di George Rodger, uno dei fondatori della Magnum Photos, al figlio Jonathan

15 luglio 1970

Mio caro Jonathan,

ho appena ricevuto la tua interessante lettera e ti ringrazio per avermi inviato alcune copie delle tue prime fotografie. Mi è piaciuta specialmente quella che hai fatto a Stonehenge in cui hai ripreso, invece delle pietre stesse, la loro ombra sul suolo. E’ alquanto difficile rispondere alle domande che mi poni, ma farò del mio meglio e se non comprenderai subito, ciò accadrà un poco più tardi. La tua prima domanda è senz’altro la principale e credo che rispondendo ad essa lo faccia anche per tutte le altre. Tu chiedi: – Che cosa devo fare per diventare un fotografo come te? – Se tu non avessi aggiunto quel “come te” in fondo alla frase, la risposta sarebbe stata per me molto più semplice. Come si può spiegare qualcosa di non tecnico, di non tangibile e che viene da dentro?

In realtà, avevo comprato un libro, scritto per fotografi principianti, che avrei voluto donarti per il tuo compleanno. Nella prima pagina dice che la luce viaggia ad una velocità di 186.000 miglia al secondo e nell’ultima pagina dice che un’altra parte dell’apparecchio non ancora analizzata è il mirino. Così, poiché vuoi diventare un fotografo come me, non ti regalerò questo libro per il tuo compleanno. Non lo condivido affatto.

Non potrei preoccuparmi meno del fatto che la luce viaggi a 186 miglia al secondo o all’ora o al giorno. E’ davvero irrilevante. Ma invece sono convinto che il non ancora analizzato mirino è tutto ciò che c’è d’importante.

Naturalmente, quando si è davvero all’inizio, bisogna imparare qualche regoletta tecnica. Lo devi fare, se vorrai esprimerti esteticamente attraverso mezzi e strumenti puramente meccanici (il fuoco, il diaframma, la velocità, etc. etc.). Ma questi dovranno diventare in fretta dei riflessi condizionati e poi dimenticati. Essi dovranno diventare per te istintivi come l’aprire la bocca per mordere una mela.

Poi, una volta stabilito questo automatismo, potrai concentrarti su quello che vedi nel mirino perché è attraverso il mirino che tu stabilisci il legame tra la realtà e la tua interpretazione di esso. Ricordalo. Qualunque cosa tu vedi sul vetro smerigliato della tua Rolleiflex è realtà.

La fotografia è ciò che tu fai di essa. Ciò che vedi nel mirino può essere brutto. Il tuo cuore può resistere appena all’orrore di ciò che vedi o i tuoi occhi annebbiarsi per la pietà e per la vergogna. Ma è tutta realtà e tu devi sapere cosa farne. Credo che nessuno saprebbe consigliarti come imparare ad usare la realtà, tranne dicendoti di essere sempre onesto verso te stesso, ma ciò è piuttosto vago. Certamente non puoi interpretare ciò che vedi nel tuo mirino e non puoi farne una buona fotografia, senza averlo prima compreso. Devi riuscire a provare una certa affinità con quello che stai fotografando; devi essere una parte di esso e nello stesso tempo restarne sufficientemente distaccato per poterlo vedere obiettivamente.

Come guardare uno spettacolo dal mezzo del pubblico ma subito partecipandovi col cuore. Sfortunatamente non c’è nessuna formula per questo tipo di “partecipazione”. E’ qualcosa che viene dall’interno. Ma puoi esercitarti in questa direzione. Dipende molto dalla tua propria personale conoscenza del mondo e dalla tua abilità a percepire ed accettare come l’altra gente ci vive. Non andresti mai molto lontano volando in jet a destra e a sinistra, tenendo un costoso apparecchio appeso al collo come un rosario, e pretendendo che il mondo non si muova intanto che tu cerchi qualche elusiva verità. Ma monta piuttosto su una vecchia auto che sia garantita per rompersi ogni qualche centinaia di chilometri e guarda come va a finire. Qualcuno ha detto che maggiori saranno le tue difficoltà, migliore sarai te stesso.

Hai mai osservato un camaleonte? E’ una specie di lucertola che cambia i suoi colori accordandoli a quelli dell’ambiente: è verde nell’erba, marrone su un tronco, rosso pallido sulla latterite. E’ un metodo molto utile che potresti cercare di imitare. Non intendo dire che dovresti diventare color caffè nel Vizagatapam o completamente nero nel Bangassu, ma voglio dire che dovresti trovare quella certa attitudine per non apparire bianco in nessuno dei due posti. Ogni nazione, razza o tribù ha la sua morale, il suo orgoglio e la sua dignità, le sue regole e le sue abitudini e molto differenti le une dalle altre.E tu devi accettare queste cose e più le conosci e meglio è. Sviluppa il tuo metodo di camaleonte fino a saperti mescolare in tutti gli ambienti e sentirti veramente a casa tua sia nella capanna di un beduino che a palazzo reale. Impara le lingue, non solo quelle europee, ma arabo, swahili, urdu; ricorda di non avere mai fretta ad est di Suez o tutti rideranno di te. Impara a mangiare con le bacchette o con le dita, senza, per amore di Allah, usare la mano sinistra.

E ovunque ti trovi, evita i trucchi. Una buona fotografia è basata sulla verità e sull’integrità.

Il trucco è solo un mezzo da poveri uomini per giustificare la loro mancanza di talento, la loro incapacità a comporre una foto senza artifici.

Fa che la composizione della tua immagine sia onesta, pura, forte e ben definita. E’ una questione di disegno e meno complicato esso è, più piacevole risulterà all’occhio.E credo che questo sia tutto ciò che posso dirti al momento. E’ così che io la vedo e la penso e non dico di avere necessariamente ragione. Ma rifletti su tutto ciò e non avere troppa fretta. Mi ci sono voluti più di trent’anni per comprendere e chiarirmi le cose; non mi aspetto che tu le digerisca in mezz’ora.

Ma, per cortesia, non scrivermi la settimana prossima dicendomi che ciò che veramente vuoi fare, terminata la scuola, è il pilota di caccia-bombardiere.

Tuo affezionatissimo padre.

Commenti

Commenti

Comments (21)

  1. Cristina Insinga 7 aprile 2012 at 12:16

    Molto bella questa lettera. grazie per averla condivisa con tutti noi. 🙂
    Auguri di buona Pasqua. 🙂

  2. Edoardo 7 aprile 2012 at 14:06

    Auguroni anche a te, Cri

  3. Andrea 8 aprile 2012 at 21:29

    Grazie, sior George. E…grazie, sior Edoardo.

  4. Edoardo 9 aprile 2012 at 10:35

    Grazie e Te Andrea

  5. Tia 10 aprile 2012 at 13:54

    Grazie Edoardo per fornirce sempre spunti e preziose informazioni!

  6. Edoardo 10 aprile 2012 at 14:18

    Ciao Tia, mi sembrava interessante e molto istruttivo 😉

  7. Veronica 10 aprile 2012 at 14:53

    Era da quando ho partecipato al tuo workshop che desideravo leggere il testo intero della lettera, ora ne ho finalmente avuto l’occasione 🙂
    Grazie davvero

  8. Edoardo 10 aprile 2012 at 14:59

    Grazie a te Vero

  9. Davide 10 aprile 2012 at 15:02

    E difficile trovare parole migliori di queste per descrivere la fotografia, e queste non potevano che passare tra padre e figlio, in quell’intima profondità famigliare che difficilmente può esprimersi in pubblico! Ma rararmente e forse mai ho letto qualcosa di più vero e profondo a proposito della fotografia. Grazie per avermi dato la possibilità di leggere questo documento a me prima sconosciuto
    Davide

  10. Edoardo 10 aprile 2012 at 15:13

    Ciao Davide, è un piacere condividere quello che di bello si riesce a trovare

  11. Valter Vannini 10 aprile 2012 at 21:17

    Un estratto concentrato di fotografia, a tutti i livelli. Diffidare solamente di chi la usa in modo sconsiderato, per trarre il soggetto in fallo, tirar fuori il lato peggiore, deridere o fare scandalo. Un fotografo deve trovare il lato migliore e far si che il soggetto non solo si riconosca ma provi soddisfazione nel vedersi ritratto.

  12. daniela angri 10 aprile 2012 at 22:20

    Non solo grande qualità di immagini ma anche intelligenza nella ricerca dei testi!
    GRAZIE

  13. Edoardo 11 aprile 2012 at 08:16

    Credo che alla base di un fotografo – più o meno in gamba – ci sia una grande voglia di conoscere. Un abbraccino Daniela

  14. Marco Scintilla 15 giugno 2012 at 16:23

    Credo che queste siano parole da tenere sempre bene a mente per chi vuole essere un buon fotografo, come un manuale “morale e deontologico” per un fotografo.
    Grazie Edoardo per avermi fatto conoscere questo brano, credo ne farò una copia da tenere nello zaino assieme alla reflex.

  15. Edoardo 16 giugno 2012 at 08:38

    Ciao Marco… In effetti dovremmo impararla a memoria 😉

  16. Diego Squarcia 4 luglio 2012 at 16:17

    Molto bella, non sapevo della sua esistenza, e soprattutto pone un valore aggiunto ad un percorso formativo.

  17. Lettera di George Rodger al figlio Jonathan | Gianmaria Veronese Ph* 13 aprile 2013 at 15:04

    […] di George Rodger al figlio Jonathan Posted on aprile 13, 2013 by Gianmaria Riprendo dal blog di Edoardo Agresti questa lettera, scritta da George Rodger (Per chi non lo sapesse, George Rodger nel 1947 fondò […]

  18. Marco 13 settembre 2013 at 15:52

    Ciao Edoardo,
    è la prima volta che scrivo sul tuo blog. Innanzitutto ti faccio i complimenti per gli articoli che pubblichi. Seguo già da un annetto il tuo blog con interesse. Condivido molto della tua filosofia circa la Fotografia.
    Non conoscevo questa lettera che GR scrisse a suo figlio… Spulciando alcuni tuoi vecchi articoli ho avuto la fortuna di scoprirla! Per me, che sono un appassionato di street photography e reportage, GR rappresenta uno dei miei punti di riferimento in Fotografia.
    Rileggendo la lettera GR trasmette un messaggio molto importante: la fotografia è qualcosa che ti prende dentro… è principalmente una questione di cuore e pancia. La sensibilità è il presupposto fondamentale per fotografare. In seguito, la razionalità, che si esprime con la “freddezza” e/o il “distacco”, è solo il secondo presupposto che consente al fotografo di esprimere al meglio le proprie capacità. Il distacco, a cui molti fotografi fanno riferimento, è utile solo per poter osservare la realtà obiettivamente e per mettere poi in atto quei riflessi condizionati legati al mezzo – la macchina fotografica – che consentono di fare una buona fotografia dal punto di vista tecnico. Tutto il resto è emozione.
    Mi ricollego così anche all’articolo ‘Ti volevo chiedere…’del 15 aprile 2012, dove sono apparsi concetti come cinismo e obiettività. Bhè, è sicuramente giusto essere obiettivi, distaccati… ma non basta. Non bisogna certamente riflettere integralmente il proprio ego nelle fotografia (specie nei reportage dove le tematiche sono delicate, come sofferenza, disagio, guerra, et simila…). Ma la sensibilità aiuta a raccontare con Dignità la realtà. Si otterrebbe così una Fotografia rispettosa delle persone, una Fotografia onesta. La fotografia shock, alla quale da anni siamo abituati, può essere una buona fotografia, ma non basta… molto spesso, non stimolano la percezione della sofferenza altrui, ma esaltano solo il lato shock.
    In definitiva, è solo traendo dalla propria sensibilità che è possibile dare alle fotografie una lettura più umana. Così come hanno fatto, nel passato, i Grandi Fotografi. Invece adesso, anche molti fotoreporter noti, sono mossi solo dal desiderio di vincere un premio o entrare in questa o quella agenzia (che ritengo sempre e comunque prestigiose e onorabili) cercando la foto d’impatto, ponendosi così con freddo distacco dalla scena, non permettendo alle loro emozioni di esprimersi. E tutto sommato, anche queste foto, dopo la lettura di un attento osservatore, rivelano l’ego del fotografo: bravo, ma forse un po’ egoista.
    Buona luce Edoardo!
    M.

  19. Edoardo 16 settembre 2013 at 09:37

    Bella analisi e considerazioni Marco!!!!!

  20. www.make-lash.it 22 luglio 2015 at 14:45

    Eccellente! Resto qui con te a lungo, ottimo post

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