Fotografia a Firenze, ancora McCurry

 

Si è inaugurata ieri l’ennesima mostra di Steve McCurry, questa volta nelle mia città, Firenze. Il capoluogo toscano da anni è piuttosto poco sensibile alla Fotografia – non ricordo, ormai da tempo, delle mostre di un certo rilievo – e, purtroppo a mio parere, si continua a proporre sempre e soltanto una visione della Fotografia e sempre e soltanto la si affida allo stesso ‘personaggio’. Pur essendo, tra gli altri, promossa dal Settore Cultura del Comune, di cultura fotografica se ne fa ben poca se ciò che viene mostrato ai più è la versione POP della fotografia. Le mie parole non vogliono essere una critica al Fotografo che, nel bene o nel male, ha reso ‘importante’ e ha creato uno stile legato a una certa fotografia di viaggio, ma vuole stimolare una riflessione sul fatto che in una città importante come Firenze, indubbia capitale di arte e cultura, uno centri museali più importanti al mondo, visitata da milioni di turisti ogni anno, nel momento in cui si investe in una mostra fotografica si riproponga qualcosa di già visto e inflazionato.

Icons, così s’intitola, è la ‘solita’ retrospettiva di scatti noti della produzione del fotografo americano che ho avuto l’occasione di visitare praticamente da solo. L’ambiente, Villa Bardini, in cui si svolge è molto bello; con il biglietto si visitano anche i giardini e si può prendere un caffè (forse un po’ troppo caro, 3 euro) con una vista unica sulla città. Riguardo alle foto, non c’è alcun percorso narrativo o almeno io non l’ho colto, l’architettura della mostra è veramente elementare, le immagini sono ben stampate e illuminate. Credo che ci sia poco altro da dire ma… Sì c’è un ‘ma’ che a mio avviso ha giustificato il costo del biglietto: una sala è dedicata al ‘primo’ McCurry, a quell’impavido foto reporter che, rischiando la vita, entra da clandestino in Afganistan, viaggia di notte, a piedi, senza possibilità di comunicare e documenta, primo fotografo in assoluto, la resistenza dei mujahiddin al colpo di stato finanziato dall’allora Unione Sovietica. Che scatta in bianco e nero, sì un McCurry in bianco e nero. Che pubblica su Paris Match, Herald Tribune, New York Times. Che si cuce i rullini nel caffettano con il quale cercava di mimetizzarsi nel paese, per evitare che gli venissero confiscati. Che è vicino alla popolazione, vive con loro, si nasconde con loro, mostra al mondo la loro dignità e orgoglio. Quel McCurry che vincerà poi la Robert Capa Gold Medal e il World Press Photo. Quel McCurry del quale ho molta nostalgia.

Buona luce

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