The Movement, un progetto iniziato 30 anni fa. Forse…

'The Movement Project'. Volevo la mamma del bimbo un attimo prima ma la macchina non mi aveva messo a fuoco e non aveva scattato

In questi giorni mi è tornata in mente una chiacchierata informale sul concetto di arte con un esperto, o critico che dir si voglia, fatta alcuni anni fa. Mi ricordo che mi incuriosiva sapere ciò che si può definire opera d’arte e lui mi rispose che ‘arte’ può essere qualsiasi cosa si possa razionalmente sostenere e giustificare. Premesso che si potrebbe aprire un dibattito sul fatto che la fotografia si possa considerare arte e le parole di Revel ‘ L’arte consiste nel rappresentare ciò che non esiste‘ potrebbero essere un buon punto di partenza, il concetto di ‘razionalmente sostenibile’ si può estendere anche ad alcuni ‘progetti’ fotografici che talvolta fanno parte di Festival o mostre varie.

Mi spiego meglio. Nel digitalizzare il mio archivio di immagini mi sono imbattuto in diapositive scattate oltre 30 anni fa, mosse, sfuocate dai tagli discutibili. Puntualmente in ogni servizio che facevo trovavo di questi scatti. Come spesso capitava e capita tutt’oggi magari stai lavorando con un diaframma chiuso perché vuoi avere una discreta profondità di campo in pieno sole e poi entri in una stanza semibuia e scatti con la stessa apertura. Risultato: un tempo così lento da farti venire tutto mosso. Poi aggiusti e scatti nuovamente. Ma quella foto l’hai fatta. Se raccolgo tutte queste immagini, le post produco per renderle il più possibili uniformi, faccio un editing di una trentina di situazioni sufficientemente omogenee (in trenta anni di scatti le trovo sicuramente) in modo da dargli una lettura coerente e poi ci scrivo sopra, ecco che ho creato il progetto ‘The Movement’.

‘Il movimento è un qualcosa che ha da sempre affascinato il mio pensiero, inizialmente forse in modo inconscio, ma poi si è evoluto, ed è diventato sempre più consapevole. Ed ecco che dentro di me nasce il bisogno di fissare in un’immagine ferma, statica, quell’incoerenza di aver bloccato un istante mosso che però è inevitabilmente fermo nella visione del lettore. Un progetto che mi ossessiona da quasi 30 anni e che forse non avrà fine se non con la mia morte’.

Rhein II del 1999. Questa foto di Andreas Gursky è stata battuta all'asta, nel 2011, per 4,3 milioni di euro ed è considerata la più costosa della storia

Potrei continuare a scrivere tanto ancora cercando altre giustificazioni razionali a quelli che sono stati palesemente e involontariamente degli sbagli e delle foto da gettare via. Un mio amico diceva che una foto sfocata è uno sbaglio, ma 20 foto sfocate sono uno stile. Io credo, e ultimamente ne ho visti diversi, che ci sono dei discutibili progetti fotografici che nascono così. Poi arriva un curatore, un critico, una galleria d’arte vede una serie di scatti che possono sembrare interessanti e chiede all’autore di guardare nel suo archivio se ci sono altre immagini che in qualche modo hanno lo stesso tema e si possono legare con un comune filo conduttore. Questi progetti ‘nati dopo’ mi lasciano veramente molto perplesso e, talvolta, li trovo profondamente noiosi e puramente ‘commerciali’. Anzi credo che offendano chi veramente ha dedicato una vita o comunque molto anni nel realizzare un percorso fotografico vero, che racconta l’evolversi di una situazione, di una malattia, di un incontro, di una sofferenza, di una gioia. Come non pensare a ‘The Julie Project‘ dove per 18 anni Darcy Padilla ha raccontato la storia di questa ragazza e della sua ‘famiglia’; o agli anni dedicati a seguire Mirella sul tema dell’Alzheimer che ha valso il WPP a Fausto Podavini; oppure quel filo comune sulle donne ‘violentate’ che unisce tutti i lavori di Simona Ghizzoni da Odd Days sui disturbi alimentari ad Afterdark sulle conseguenze della guerra; o il lavoro sugli zingari di Josef Koudelka; o ‘Destino final’ di Giancarlo Ceraudo e potrei continuare ancora.

Julia poco prima della sua morte. Darcy Padilla ha seguito la sua storia per 18 anni

La storia di Mirella che ha aiutato suo marito gravemente malato. Foto di Fausto Podavini

Afterdark, il progetto sulle conseguenze della guerra sulle donne di Gaza. Foto di Simona Ghizzoni

Non so magari sono riflessioni inutili, però oggi, in un periodo in cui la fotografia sta cambiando profondamente, in un mondo in cui il fotogiornalismo di professione è praticamente morto, in cui la bellezza estetica dello scatto è marginale, in cui ormai tutto è stato ‘scritto’ credo sia importante capire dove si andrà a finire, quale sarà la tendenza futura dell’immagine. Magari ‘The Movement’ sarà un successone.

Buona luce

[Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

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