Tutti fotografi

 

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Tutti Fotografi. E’ da un po’ di tempo che mi chiedo cosa spinge una persona a fare Fotografia. I miei workshop iniziano con ‘perché fotografi?‘ e talvolta guardando le immagini che scorrono sui vari social la domanda mi ritorna con prepotenza. 

Oggi più che in passato prendere una fotografia è relativamente semplice. Come dice Gardin, la tecnica s’impara in una mezza giornata. Con le macchine digitali esporre correttamente non è più un problema e le regole di composizione, l’uso del flash e le differenze tra i vari obiettivi si possono imparare facilmente in qualche tutorial su Youtube. Ma perché si decide di prendere la macchina fotografica e premere il pulsante di scatto? Naturalmente non mi riferisco alla foto del piatto di paccheri al ristorante o al selfie con gli amici al mare o al compleanno del figlio. Penso a cosa spingeva Robert Frank ad andare in giro due anni per gli Stati Uniti con la sua Leica o a Eugene Smith a Pittsburgh o a Henry Cartier-Bresson in Cina o – per citare autori dei nostri giorni – a Piovano in Argentina, a Bauza in Brasile, a Berehulak nelle Filippine, a Nachtwey in Grecia? Cosa hanno in comune questi fotografi che nel loro modo di scattare presentano delle caratteristiche molto diverse?  Beh tutti avevano qualcosa da dire. 

Ecco, una delle cose più difficili in fotografia, non è capire come esporre o il sistema zonale di Ansel Adams, la regola dei terzi o l’equilibrio delle masse, ma è avere qualcosa da dire. Giacomelli, in tal senso, docet.

Naturalmente la conoscenza della tecnica è importante. Più conosco il mezzo con cui lavoro e più riesco a esprimermi. Rodger in una lettera al figlio, scrisse che la tecnica era fondamentale e che i movimenti dello scattare sarebbero dovuti diventare istintivi come ‘mordere una mela‘, ma questa è una condizione solo necessaria. Un tecnicismo ossessivo dove si dà importanza al numero dei pixel, all’assenza di rumore ad alte iso, alla definizione, all’aberrazione a cosa porta? Non fa altro che distogliere la mente da quello che dovrebbe essere il ‘vero generatore d’arte‘: il nostro pensiero, la nostra sensibilità, la nostra visione del mondo.

Ma cosa significa ‘avere qualcosa da dire’? Credo che alla base ci debba essere un profondità d’animo, per dirla alla Eugene Smith. Una sensibilità che magari è maturata nel corso del tempo per colpa o grazie alle esperienze negative o positive che la vita ci ha messo davanti. Ma non solo. ‘Avere qualcosa da dire’ significa anche avere la consapevolezza di cosa sia interessante, di rendersi conto della differenza tra qualcosa di banale e qualcosa del quale valga la pena raccontare. Ciò che ci porta ad avere questa capacità di analisi può essere il frutto di percorsi diversi e personali. Lo studio, almeno per quanto mi riguarda, è una strada. Il confrontarsi non solo con i grandi maestri della fotografia, ma anche della pittura, della letteratura, della musica ci apre la mente. Ogni scatto che facciamo, ogni storia che narriamo è la sintesi – come diceva Ansel Adams – di tutte queste nostre conoscenze. Spesso la sterilità delle immagini o la banalità delle storie che si vedono in giro è conseguenza di un’ignoranza diffusa. Si crede, anche sotto la spinta di discutibili guru che si ergono a professori dell’immagine, che la Fotografia sia solo istinto e che lo studio sia un accessorio trascurabile. Invece la costante lettura di libri e immagini dei grandi maestri, come fonte di formazione, ci può dare un valido aiuto per decifrare e ricodificare quello che abbiamo dentro, ciò che siamo e riproporlo poi con il nostro modo narrativo, la nostra visione come scrive nel suo blog Yorik.

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‘Avere qualcosa da raccontaresignifica cogliere la poesia anche in quelle cose che normalmente si pensa non l’abbiano. Quante volte ad esempio noi fotografi di matrimonio siamo stati accusati di essere dei mercenari, di fare una fotografia commerciale e basta. Purtroppo spesso è vero. Siamo circondati da fotografi ‘industriali’ che scattano al matrimonio come se dovessero timbrare il cartellino per scendere in catena di montaggio e la loro fotografia né è il triste risultato. Immagini tutte uguali, codificate e prive di autorialità. Scatti che non hanno niente da dire come spesso il fotografo che ci è dietro. Ma per fortuna non tutti sono così. Cogliere la felicità di due persone, la gioia della condivisione, l’amore, il sorriso, la scelta di stare insieme oggi, la voglia di fare una famiglia sotto qualsiasi ‘forma’ è qualcosa che non fa notizia, ma può essere tutt’altro che scontato, banale. Raccontare bene il matrimonio presuppone che lo si ‘senta’ lasciandosi coinvolgere dalla coppia, dal loro stato d’animo, dalla loro storia cercando così di ‘tramutare quell’emozioni in un’immagine che poi trasmetta quella stessa emozione a chi non era con noi‘ indipendentemente che fosse parte dell’evento. 

Questo approccio alla fotografia non è per tutti, bisogna sapere ascoltare il cuore e avere una spiccata sensibilità per riuscire a vedere nel quotidiano e nel semplice, lo straordinario. Ma non tutto può diventare fotografia sta a noi essere in grado di comprendere se veramente abbiamo qualcosa da raccontare.

Non tutti possono essere Fotografi.

Buona luce

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Grazie a Yorick per gli spunti di riflessione che ho trovato sul suo interessante blog http://www.yorick-photography.com

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