Esiste una comfort zone in fotografia?

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Partiamo da una definizione: ‘comfort zone‘ nella psicologia comportamentale è una condizione mentale di sicurezza, dove tutto è rassicurante, noto; è uno spazio dove molte persone si adagiano perché si sentono al sicuro in quanto in questa zona si ha la sensazione di essere protetti, dove stress e rischi sono ridotti al minimo. La zona di conforto crea dei confini invisibili oltre ai quali non ci si azzarda ad andare perché l’ansia aumenterebbe, i rischi si farebbero più forti e le certezze non esisterebbero più. Non si osa, non si sperimenta, non si provano delle cose diverse per la paura di essere giudicati e di essere isolati. Si cammina dietro alla maggioranza nella filosofia del ‘mal comune, mezzo gaudio‘.

Proviamo a guardare molte delle fotografie che vengono ogni secondo pubblicate sui vari social, in particolare guardiamo quelle di matrimonio, ma lo stesso ragionamento potrebbe essere esteso anche ad altri campi della fotografia. Facciamoci caso, sembrano tutte uguali sia nelle inquadrature che nella post produzione; anche quegli scatti che dovrebbero essere di reportage ossia quelli che dovrebbero raccontare qualcosa di unico e personale, colto spontaneamente durante l’evento, sembrano fotocopiati. Eppure gli sposi sono diversi, le situazioni sono diverse, le location sono diverse, i fotografi sono diversi. 

E’ un po’ come vestirsi tutti uguali, seguendo la moda del momento che uno stilista ha lanciato. Non importa se sia oggettivamente ridicola o non adatta alla nostra persona, la si deve seguire perché così ti senti parte degli altri, sei in comfort zone.

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In fotografia questa condizione è in genere legata ad un’evidente assenza di stile, spesso una profonda insicurezza e mancanza di carattere e personalità. Si vedono quindi fotografie che riflettono immagini già viste perché gli autori sono, così, certi di aver fatto qualcosa di valido in quanto è uno scatto che è già stato apprezzato da altri, magari visto e premiato in qualche contest. Spesso questo atteggiamento è conseguenza di una profonda ignoranza in materia fotografica, la mancanza di cultura in tal senso ha impedito infatti di sviluppare alcuna percezione critica, non si è in grado di capire quando si sta facendo qualcosa di interessante nella diversità rispetto a quello che c’è in giro. Ci si è limitati, nel corso del tempo, soltanto a copiare quello che altri hanno fatto, senza capire cosa aveva portato l’autore a realizzare quell’immagine, quel progetto. Si è partecipato a workshop e seminari soltanto con l’idea d’imparare quell’azione di Photoshop o per sfruttare l’esperienza del master senza rendersi conto che gli scatti che andrà a realizzare durante l’incontro saranno gli scatti dell’insegnante e non i suoi. Terzani scriveva: ‘Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea.’ Coloro che hanno idee nuove, alternative, fuori dagli standard comuni e osano saranno coloro che cambieranno le cose, proporranno stili diversi. Certo non sempre le sperimentazioni portano a qualcosa di bello e non sempre qualcosa di nuovo, seppur interessante, può essere capito subito da tutti, ma molto meglio uno che prova a uscire dall’anonimato della massa, anche sbagliando, di coloro che per timore, noia, ignoranza, incapacità si limitano a copiare e, peggio ancora, se ne vantano spacciandole come frutto del loro sapere. Why be normal? Anche se sul concetto di cosa è la normalità potremmo aprire un’altra discussione.

Restare comodamente seduti nella zona di conforto è piacevole, allettante e rassicurante. Lo so benissimo. Ma comporta un caro prezzo: si smette di apprendere e di crescere e, aggiungo, non solo in Fotografia.

Buona luce

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