Silence, s’il vous plaît and ‘pray for Paris’

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Sono quasi le 22 di un tranquillo venerdì sera. Mi trovo a Parigi in occasione del Paris Photo, una delle più importanti manifestazioni internazionali sulla fotografia. Nel pomeriggio sono passato in Magnun a salutare degli amici con i quali abbiamo programmato di vederci l’indomani nel Gran Palais dove si svolge il Festival.

Ho appena finito di cenare in compagnia. Abbiamo bevuto, riso, scherzato siamo usciti dal ristorante con la voglia di divertirci. Pago il conto. Esco dal locale guardando di sfuggita quella che sembra essere un’edizione speciale del telegiornale francese. Faccio il biglietto della metropolitana e mi avvio in albergo. Sono sulla linea 8 quella che attraversa il centro di Parigi da Balard a Creteil. Dopo tre fermate il conducente comunica che – per motivi di sicurezza – le stazioni di République e Filles du Calvaire sono soppresse. La mia è quella successiva. Scendo. Dalle scale che portano in superficie alcune persone visibilmente sconvolte si affrettano ad entrare nei convogli della metropolitana e mi ‘invitano’ a fare altrettanto perché: sopra stanno sparando!

Esco a Chemin Vert e percorro a piedi la breve distanza che mi separa dal mio albergo. Per le strade solo camionette della polizia, ambulanze, militari armati e con giubbotti antiproiettile. Inizio a rendermi conto che qualcosa di grave, molto grave è successo. Accendo la tv e tutto mi è chiaro.

Questa è la cronaca dei miei 30 minuti in cui, ancora ignaro della drammaticità degli eventi, sono rientrato in camera.

Mi astengo da qualsiasi riflessione o analisi su quanto è accaduto. Mi è sufficiente leggere in giro per rendermi conto che siamo circondati da esperti di politica internazionale e strategie militari, esperti di delicati equilibri internazionali, di servizi segreti, di micro e macro economia, nonché di armi e di esplosivi. Molti si addentrano in analisi pseudo-filosofiche disquisendo di possibili soluzioni alla crisi, prodigando consigli su quello che si doveva fare o che andrebbe fatto. Si citano frasi del Corano come se si fosse profondi conoscitori della materia. Sembra di essere nel Bar Stadio in un dopo partita di Champions quando tutti si trasformano in allenatori e si lanciano accuse ai perdenti sottolineando come fossero state sbagliate certe scelte. ‘Io avrei spostato Tizio sulla fascia, mentre Caio l’avrei messo al centro.’

Credo che invece sarebbe meglio fare silenzio e fermarci tentando di rendersi conto di quello che è successo. Oltre 130 persone sono morte. Giovani, meno giovani, donne, uomini, cristiani, atei, musulmani. Gente comune che stava assistendo con la famiglia a una partita di calcio, ad un concerto, amici che stavano cenando in un locale. Vite distrutte, futuri che non saranno più. Leggo di polemiche, di scontro di religioni, di odio, di indifferenza. Si anche d’indifferenza. Vedo, nei social, continuare a postare foto di matrimoni, di vacanze, di pranzi con i parenti, di bambini che ridono, di animali domestici, di premi vinti. Non è vero che dobbiamo continuare a comportarci come se niente fosse accaduto. Non è possibile. Se abbiamo una coscienza questa è stata ferita e la cicatrice resterà nei nostri cuori che lo si voglia o meno. Non siamo delle macchine dove puoi premere il tasto reset e tutto torna come prima. Fermiamo per un attimo il mondo e scendiamo.

Sabato mattina sono andato per le vie di Parigi. C’era poca gente in giro. I musei erano chiusi così come la maggior parte dei negozi e dei grandi magazzini. In una sorta di pellegrinaggio sono andato nei luoghi degli attentati. Lì c’era tanta gente. Si era radunata con motivazioni diverse. Tanti giornalisti, televisioni da tutto il mondo, fotografi più o meno accreditati che stavano facendo il loro lavoro. Curiosi, tanti curiosi che con i loro cellulari scattavano e riprendevano qualsiasi cosa (mi sono chiesto perché?). Semplici cittadini che portavano una rosa, accendevano una candela, lasciavano un messaggio di solidarietà, recitavano una preghiera.

Non so se è una questione di sopravvivenza ma dopo solo 24 ore i locali intorno al Petite Cambodge – uno dei ristoranti attaccato dai terroristi – erano già pieni di persone. La mattina della domenica a Montmatre centinaia di turisti affollavano i bistrot intorno al Sacro Cuore. Sono passati solo due giorni e si riparte. Le edizioni speciali dei TG sono terminate. La programmazione televisiva ha ripreso il palinsesto normale. I giornali sportivi mettono in copertina la notizia ‘bomba’ sulla prossima campagna acquisti di gennaio. Tra poco si tornerà a parlare della vicenda Gambirasio. Insomma non siamo più in grado di stare un po’ in silenzio, non dico tanto ma almeno il tempo di far affievolire la eco degli spari e le grida dei superstiti. Di dare modo alle nostre coscienze di sedimentare il dramma, il terrore, il male. E’ giusto reagire, è corretto non lasciarsi abbattere o sopraffare dalla paura, ma credo che sia troppo presto. Qualsiasi decisione, reazione, argomentazione a caldo è troppo condizionata da quello che è successo. Si cade in qualunquismi, esagerazioni, retorica, populismi. Si rischia di rispondere all’odio generando altro odio innescando una spirale di violenza infinita.

Non sempre the show must go on, ma se così deve essere lasciamo almeno seppellire i morti.

Buona luce

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