Questione di stile

Tempo fa stavo andando a fare un matrimonio nel sud Italia in compagnia di Edgard De Bono, un amico collega di base a Udine, che per l’occasione era venuto a darmi una mano. Durante le 5 ore di viaggio in macchina, abbiamo parlato, con infinito piacere, di fotografia toccando gli argomenti più diversi. Le discussioni sono state talmente interessanti che il tempo è decisamente volato. Tra le varie cose sulle quali ci siamo soffermati una in particolare mi è tornata alla mente in questi giorni: lo stile in fotografia. Il tutto nasceva da alcune considerazioni seguenti la lettura del portfolio di Edgard da parte di Marco Pinna, eccellente photoeditor del National Geographic Italia. Durante la lettura, più di una volta si è parlato dello ‘stile’ National e di come, per essere almeno presi in considerazione (non dico pubblicati) nella visione del progetto proposto, si debba presentare il servizio fotografico a corredo secondo la linea editoriale della rivista.

una delle copertine che hanno fatto la storia del National Geographic: Sharbat Gula ritratta da Steve McCurry

Niente di male; anzi credo sia fondamentale mantenere, adattandola ai tempi, quell’impronta coerente che ha distinto il magazine nel corso degli oltre 100 anni dalla sua prima pubblicazione. Quei periodici che hanno stravolto il loro layout, non solo nella grafica ma soprattutto nei contenuti, hanno riportato delle cocenti delusioni. Mi viene in mente Airone che dalla rivista naturalistica e fotoscientifica che era negli anni novanta adesso si è profondamente trasformata perdendo quell’identità e quel pubblico di lettori che aveva.

Questo essere vincolati a uno stile ci ha portato però a fare delle considerazioni. Se un fotografo bravo, con capacità, taglio, occhio fuori dal comune, una visione del mondo assolutamente personale volesse collaborare con il National, ma non volesse cambiare il suo modo di scattare, non potrebbe lavorare con loro? E’ risaputo che il National non pubblica – salvo pochissime eccezioni – in bianco e nero quindi, ad esempio, un Berengo Gardin, che notoriamente scatta solo in bianco e nero, volesse iniziare una collaborazione con il magazine verrebbe costretto a cambiare approccio alla sua fotografia? Ricordo che scattare in bianco e nero non è solo utilizzare una pellicola monochrome oppure convertire in scala di grigi un file digitale, è un modo diverso di vedere il mondo, è un andare oltre la visione normale dell’immagine, è, come dice il fotografo iraniano Abbas, trascendere il mondo a colori. ‘Quando non devi lavorare con i colori della realtà, lavori davvero con altre cose’.

Il Cairo durante la primavera araba – Foto di Alex Majoli

Mi ricordo che queste considerazioni furono riprese dopo la pubblicazione del reportage di Alex Majoli sulla ‘primavera araba’ in Egitto nel numero di Maggio 2012. Se andiamo a rileggere le foto di quel bellissimo servizio ci si rende conto che tutte hanno palesemente lo stile National che però non è il modo ‘classico’ di scattare di Majoli. Basti vedere il reportage sul conflitto in Georgia o il reportage sull’Aids io Russia oppure leggere il suo libro Leros sui manicomi in Grecia.

dal reportage sull’Aids in Russia – Foto di Alex Majoli

A tal proposito ho rivolto una serie di domande allo stesso Pinna, chi meglio di lui può toglierci questi dubbi. Con la gentilezza che lo contraddistingue ecco quello che mi ha risposto.

A.: Si parla di stili in fotografia e spesso ci si riferisce al modo di scattare del fotografo, invece esiste anche uno stile legato al giornale o magazine dove le foto verranno pubblicate. E’ vero? E in tal caso mi confermi che esiste uno ‘stile National’?

P.: È assolutamente vero; ogni rivista che si rispetti ha il suo stile fotografico, per quanto negli ultimi anni molte riviste di settore abbiano chiuso e ormai quelle che resistono sono poche (il magazine cartaceo è ormai un genere in via di estinzione). Ma soprattutto nella metà del secolo scorso, fino agli anni settanta, molti grandi magazine avevano stili caratteristici e inconfondibili sia nell’impaginazione, sia nella fotografia (vedi LIFE, Time, Newsweek, Paris Match, Vogue, Vanity Fair, Fortune, ecc, ecc). Persino le riviste di settore interamente dedicate alla fotografia prediligono un certo stile rispetto a un altro: per citarne due francesi, PHOTO ama lo stile un po’ glamour più vicino al mondo della moda, mentre POLKA predilige il reportage classico fatto più di contenuti che di forma.

National Geographic non fa eccezione, anzi, è forse una delle riviste dallo stile più caratteristico in assoluto, uno stile che si è evoluto negli anni ma che si è sempre mantenuto coerente in 125 anni di storia.

A.: Come si può descrivere tale stile?

P.: I fotografi che lavorano per National Geographic Magazine sono pochi, forse un centinaio in tutto il mondo, e c’è un motivo: a loro si chiede un genere di reportage limpido, molto completo e molto accurato, con una qualità costante che non tutti sono in grado di fornire e, come se non bastasse, con immagini ben al di sopra della media, che devono colpire la fantasia del lettore anche per la loro originalità e qualità tecnica. Al di là dell’approccio documentaristico, che deve essere a 360 gradi (in genere si chiedono almeno dieci situazioni fotografiche diverse per un tema specifico), il fotografo National Geographic deve portare a casa immagini pulite, croccanti, incise, il più vicino possibile alla realtà ma scattate con punti di vista e tecniche originali e suggestive. Insomma, deve avere una marcia in più dal punto di vista fotografico pur mantenendo un rigore documentaristico impeccabile.

A.: E’ giusto che un fotografo debba cambiare il suo modo di scattare per adattarlo a quello del giornale per cui sta lavorando? Mi spiego con un esempio (non so se sei d’accordo sulle mie considerazioni): ho visto alcuni mesi fa pubblicato un servizio fotografico di Majoli sulla cosiddetta primavera araba in Egitto, se confrontiamo quegli scatti con il ‘normale’ modo di fotografare di Alex mi sembra ci sia una netta differenza, non trovi?

P.: Molti fotografi “snobbano” lo stile National perché, a loro avviso, non lascia spazio alla fantasia e alla creatività e mette troppi paletti. Ma poi, se capita loro di ricevere un commissionato ben pagato dal magazine americano non lo rifiutano di certo, e fanno del loro meglio per adattarsi alle richieste della rivista. A mio modo di vedere, un professionista deve essere in grado di comprendere le esigenze del suo cliente e portargli il prodotto che vuole, a meno che questo non vada contro il suo codice etico o morale o che non si consideri un artista affermato con uno stile consolidato. Poi è chiaro che sta anche al photoeditor di un giornale scegliere il fotografo giusto a seconda delle sue esigenze. È evidente che non sceglieremo un fotografo specializzato in foto di guerra per un servizio di moda…

A.: Il National non pubblica – quasi mai – servizi in bianco e nero, ma se si commissionasse un lavoro a un fotografo che scatta solo in bianco e nero (tipo Berengo Gardin) che te mi insegni non è solo un modo di scattare, ma è un modo di pensare e di vedere il mondo, verrebbe in qualche modo spinto a lavorare con uno stile che non gli appartiene?

P.: In parte ho già risposto a questa domanda: National Geographic non commissionerebbe mai un servizio a Berengo Gardin e non si sognerebbe mai di chiedergli di cambiare il suo stile (come non lo hai mai fatto con Cartier-Bresson, che pure negli anni 50 e 60 lavorava per LIFE realizzando servizi a colori ben diversi dal suo stile classico). Semplicemente, sceglierebbe un altro fotografo. Poi si possono fare anche delle scelte azzardate, correre il rischio, e vedere come va: sono molti i servizi commissionati da National rimasti impubblicati perché non erano soddisfacenti, così come non è affatto raro che il fotografo venga rispedito sul posto per fare altre foto se il risultato non è soddisfacente. Comunque sia, non esiste alcuna forma di coercizione o indottrinamento nei confronti dei fotografi: si tende piuttosto a scegliere quelli il cui stile si avvicina il più possibile agli standard della rivista.

Foto di Gianni Berengo Gardin

Considerazioni condivisibili anzi, con le dovute differenze e distinguo, si potrebbe estendere la ‘questione di stile’ anche ad altri campi della fotografia come la moda o il matrimonio dove si può riflettere se un fotografo debba adattare il suo modo di scattare per venire incontro – in questo caso – alle esigenze del committente sia questo uno stilista di abiti sartoriali che una coppia per il grande giorno. Personalmente ritengo che quando si arriva a fotografare con un proprio stile, frutto di un percorso e di una ricerca talvolta molto lunga e direi intima, si debba continuare a proporsi in tal senso anche perché la fotografia diventa una sorta di riflesso del proprio essere. Ansel Adams diceva che non si fotografa solo con la macchina, ma nell’atto di scattare ci si porta dietro tutte le foto che abbiamo fatto, tutti i libri che abbiamo letto, tutta la musica che abbiamo ascoltato, tutte le persone che abbiamo amato. D’altro canto non dobbiamo però essere troppo presuntuosi del nostro lavoro e imporci prevaricando le aspettative di colui che stiamo fotografando. Per dirla con Henry Cartier Bresson: “Fotografare vuol dire tenere nel più grande rispetto se stessi e il soggetto”. Tale rispetto credo che lo si ottenga dal conoscersi reciprocamente: io scelgo te [fotografo] perché hai uno stile che vedo adatto a raccontarmi.

Insomma credo siano legittimi qualche piccoli compromessi se però questi non ‘violentano’ il proprio modo di pensare lo scatto e il proprio riflettere in immagini la storia di un percorso personale.

Buona luce

[Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

Commenti

Commenti

Comments (10)

  1. Armando 7 novembre 2012 at 16:29

    grande Edoardo con questi tuoi post mi illumini ancora di più, di come pensare e vivere fotografia grazie saluti Armando Fortunato

  2. Edoardo 7 novembre 2012 at 16:35

    Di niente Armando, un abbraccione

  3. Roberto 7 novembre 2012 at 17:51

    Caro Edoardo, con tutta la stima che ho per te, come fotografo e come persona, credo che nel tuo post ci sia un po di confusione. Marco Pinna, che non conosco di persona, risponde bene alle tue domande ma non chiarisce la questione. Conosco invece molto bene Alex Majoli, tanto da poter dire che siamo amici e conosco bene il suo lavoro in Egitto, sul quale bisognerebbe interrogare i Photo editor del Magazine Americano, Chris Johns, Pamela Chen ecc. La confusione, secondo me, è nel non chiarire la differenza tra Stile del fotografo e Crafting del giornale. Il servizio di Majoli è un assiginment (Crafting), Leros è un’ossesione di Alex (Stile), due cose completamente differenti. P.S. Ti seguo sempre volentieri, forse ci si vede al Kumbh Mela, sarò giù per tutto il mese di febbraio. Un abbraccio.

  4. Edoardo 7 novembre 2012 at 18:19

    Ciao Roberto,
    la questione che sollevavo era proprio quella che descrivi te. Si può, a fronte di un assigment e fino a che punto, adattare il nostro modo di scattare alle esigenze di colui che ci commissiona il lavoro? Mi sembra evidente che Alex abbia – a mio parere magistralmente – scattato in stile National che, sempre a mio modesto parere, è leggermente diverso da altri suoi reportage tipo quello sull’Aids in Russia o sulla Georgia. Comunque non era in discussione la fotografia di Majoli, ma mi interessava sapere se effettivamente c’era uno stile National e chi meglio di Pinna (photoeditor del NGS Italia) poteva, come ha fatto, darmi chiarimenti?
    Salutoni

  5. francesco zanet 7 novembre 2012 at 19:20

    Funziona così anche per molti concorsi fotografici, molto spesso ci si ritrova a chiedersi se veramente è meglio adattare lo stile al gusto estetico delle giuria o indirizzare il proprio stile definito verso concorsi che possano valorizzare il proprio progetto, stile, percorso. E’ vero che anche progetti ben realizzati non trovano luce nei concorsi in cui le fotografie premiate negli anni hanno uno spunto diverso, ne parlavo con Edgard qualche sera fa. Ad un certo punto credo sia anche una questione di ingegno oltre che di stile perchè in fondo in fondo anche chi giudica segue dei paletti dettati della modernità o dal gusto, dall’evoluzione fotografica e forse un po’ anche dalla moda che a volte cala e a volte cresce su alcuni argomenti e stili specifici. Credo che lo stile di taluni fotografi alla fine dei conti segua delle strade ben delineate proprio dallo stile stesso ma che forse il variare può essere anche una forma di fisiologico cambiamento o adattamento personale.

    Un caro saluto Francesco

  6. Roberto 7 novembre 2012 at 19:21

    Secondo me, per un assignment prestigioso e, perchè no, anche ben pagato, ci si può adattare ma non ci si può stravolgere. Io si, mi adatterei. Poi, come dice anche Pinna, “si tende piuttosto a scegliere quelli il cui stile si avvicina il più possibile agli standard della rivista.”

    La cosa che invece non mi piace è quando i fotografi copiano lo stile di altri fotografi per essere pubblicati su una rivista o per vincere un concorso. Tutti i fotografi sognano di essere pubblicati su NG o di vincere il WPP ma, a lungo andare, non regge. Uno stile personale che viene da quello che realmente sei nella vita, questo è fondamentale. Ghirri, Giacomelli insegnano. Credo che i photoeditor e le giurie dei concorsi abbiano il dovere di individuare questi fotografi, non di cercare nuovi McCurry o nuovi Salgado ai quali assegnare un premio o un reportage.

    Non so se tu e Pinna siete d’accordo, ma NG è un grande magazine proprio perchè non scende a compromessi sulla scelta dei collaboratori.

    A presto.

  7. Edoardo 7 novembre 2012 at 19:34

    In effetti è così Francesco, ma credo che l’argomento ‘contest’ sia un po’ diverso. Ah la mia non era una critica, ma semplicemente una richiesta di delucidazioni su un argomento sul quale mi ero posto delle domande

  8. francesco zanet 7 novembre 2012 at 21:01

    Concordo, anche la mia non era una critica comunque..Mi ritrovo infatti in questa chiacchierata che hai avuto, nel dubbio che hai espresso e nei concetti all’interno dei commenti, mi sono soffermato di più sull’aspetto “cambiamento stilistico” che è un argomento che mi preme da vicino di recente, soprattutto sulla “malleabilità” o meno di un fotografo nell’adattarsi ad un committente, se ciò è giusto, è sbagliato è “lecito” o è un compromesso ecc…in effetti questo argomento apre la porta a troppe trattative settoriali diverse e non tutte condividibili 😉

    Buona serata

  9. Roberto 8 novembre 2012 at 12:26

    Si, ovviamente anche da parte mia, lo spirito dei commenti è “una chiaccherata”. Una domanda, la versione italiana del NG, riceve gli articoli dal NG USA,li traduce e aggiunge quelli che seleziona Marco Pinna e la redazione? Ma gli americani devono approvare la scelta?

    Tra l’altro molto interessanti le foto sul Riso, di Gandolfi pubblicate nell’ultimo numero. Ecco, secondo me, Edoardo quelle le potevi fare tu. 😉

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