Street Photography? Io non la chiamerei così

Catania, al mattino lungo la via Etnea

Spesso e animato da buone intenzioni ho provato a fotografare la mia città, Firenze. Mi sono mosso tra il Duomo e Piazza Signoria, tra i vicoli del centro e Ponte Vecchio, tra Piazza Pitti e San Frediano, ma tutte le volte non sono riuscito a scattare niente d’interessante. Tutto mi sembra così freddo, impersonale, così banale, così scontato, così tremendamente già visto, ma soprattutto tutto intorno a me mi sembra morto.

Guardo in giro e sento parlare americano, spagnolo, francese, russo, cinese, giapponese una babele delle lingue più strane, ma niente o veramente poco di quella parlata dantesca che a noi fiorentini sembra un po’ gretta, ma che tanto piace nel resto d’Italia. Vado nella piazza del mercato centrale, mi guardo intorno e leggo insegne in cinese su un negozio che vende pelle, scritte in arabo da un macellaio che vende carne halal, provo a comprare delle buccole o a chiedere di una passata al mercato di San Lorenzo e il commesso marocchino mi guarda come se lo avessi offeso. Tutti questi luoghi, questi monumenti, queste chiese, queste piazze mi ricordo che alcuni anni fa erano piene di vita; al mercato di Sant’Ambrogio si vedevano gli impagliatori, in San Frediano si lavorava il ferro battuto, in via dell’Agnolo c’era chi faceva ancora la vera carta fiorentina utilizzando l’antica tecnica rinascimentale, il pomeriggio della domenica in Piazza della Repubblica si vedevano le famiglie fiorentine che portavano i bambini sulla giostra mentre gli anziani si fumavano un buon toscano passeggiando dilàdarno. Le feste venivano santificate nel silenzio e nel rispetto della sacralità del luogo in cui venivano celebrate. Non c’era il biglietto da pagare, né ti trovavi accanto l’americano in pantaloncino corto o l’inglese con le infradito. Non sentivi la suoneria del Pulcino Pio rimbombare nel coro gregoriano, né ti sembrava di essere in una discarica quando facevi tardi a passeggiare sul sagrato di Santa Croce. Firenze quella città in cui sono nato e cresciuto, dove sono stato battezzato – nel Battistero appunto che oggi è diventato solo un luogo per turisti – non c’è più.

Firenze ha perduto la sua fiorentinità. Firenze è diventata una grande Eurodisney dove si soggiorna per 2 giorni, si chiede una bistecca ben cotta (Lorenzo de’ Medici si rigirerebbe nella tomba), si mangia baguette e si beve prosecco. Firenze non ha più un’anima e forse è per questo che non mi riesce fotografarla. Soltanto ‘Coglitore’ – chi ha visto l’intervista a Scianna edita da Contrasto sa a cosa mi riferisco – riusciva a far sembrare vivi coloro che più non lo erano. Io non sono così bravo come il vecchio fotografo siciliano.

 

Catania, al mercato del pesce – pescaria – dietro piazza del Duomo

E proprio alla Sicilia volevo arrivare. Sono appena rientrato da Catania dove ero andato perché chiamato per fotografare un matrimonio. Mi sono preso 4 giorni perché volevo conoscere gli sposi e vedere dove il loro evento si sarebbe svolto, ma soprattutto volevo entrare in qualche modo in sintonia con quella terra, quella gente, quel clima. Dopo aver incontrato la coppia e trascorso un po’ di tempo con loro mi sono messo a camminare per la città, senza una meta, senza una cartina, senza sapere cosa avrei visto. Niente macchina fotografica standard (le mie fedeli Nikon le ho riprese subito dopo), ma solo il mio tablet, volevo essere anonimo, non volevo sembrare un fotografo, volevo non essere notato, volevo che le persone non sentissero la mia presenza. Volevo cogliere e respirare la città. Volevo tentare – perdonatemi l’azzardata e, forse, blasfema comparazione – di muovermi come una sorta di Bresson dell’era digitale dove al posto della Leica con il 50mm avevo un Ipad.

Mi sono così ritrovato a vivere sensazioni e abitudini ormai lontane: la colazione al tavolino davanti a Villa Bellini senza il rischio di dover chiedere un mutuo bancario per pagare il conto, guardare i vecchi della città giocare a carte sotto i ponti di quel luogo chiamato ‘sbadiglio’, perdermi tra le grida di un idioma a me totalmente incomprensibile della pescaria, osservare l’arrivo delle coppie di sposi per la fotografia di rito in piazza del Duomo all’imbrunire, meravigliarmi dell’arrivo di una limousine per festeggiare un diciottesimo, fissare curioso gruppi di anziane signore parlare intorno a una panchina, tirare calci a un pallone insieme a dei bambini, pregare nel silenzio e nell’intimità di una chiesa, camminare nel mercato della frutta dove il prodotto più caro erano 3 melanzane a un euro. Che bello.

Catania, in piazza del Duomo dove alcune coppie di sposi vanno a farsi le foto di rito

Muoversi in una città abitata da sui naturali abitanti, non perché sia contro la multietnicità o l’integrazione, ma perché solo chi vive da generazioni nel luogo dove è nato fa sì che quel luogo non muoia portando avanti le tradizioni, le abitudini, i lavori in mezzo ai quali sono cresciuti. Con tutte le contraddizioni, le incoerenze, i problemi, i blandi ritmi si percepisce però che Catania è una città viva. In questa magica atmosfera ho ritrovato – forse ho scoperto – il piacere di fare quella che freddamente si chiama street photography ma che invece mi sentirei di ribattezzare soul photography. Quando scatti e ti accorgi di essere in totale empatia con l’ambiente, quando fotografi e sorridi allo scatto, quando ti senti parte viva di quello che stai vedendo allora stai fotografando l’anima del luogo, l’intimo della città.

Grazie Catania per avermi dato questa opportunità.

Commenti

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Comments (11)

  1. Daniele vertelli 4 ottobre 2012 at 09:30

    Amo firenze , ma quello che scrivi e verissimo , oramai e una città di cartapesta mercificata svenduta ai produttori di articoli per turisti, firenze e una città senza anima , negli anni 80 era anche la città che dettava legge in fatto di mode e tendenze , adesso neanche più un barlume di innovazione e creatività . Firenze è come la Gioconda un immagine senza tempo ma troppo sfruttata per creare ancora emozioni. Catania invece conserva intatta la sua anima ci sono stato in estate per 9 giorni in centro, ed è stato entusiasmante immergersi nella vita dei catanesi e della loro città , una città che ancora ha un anima.

  2. Marco Scintilla 4 ottobre 2012 at 09:44

    Edoardo da siciliano dico che Catania non poteva avere recenzione migliore!
    Ti invito a fare anche un giro ai mercati rionali di Palermo.

  3. Giancarlo Malandra 4 ottobre 2012 at 10:25

    Che meraviglia, Edoardo.. A parte le riflessioni (giustissime) su quello che è diventata Firenze, così come Roma e Venezia, è stupefacente vedere come un occhio “vergine” riesca a cogliere così bene l’essenza di un posto.
    Il tuo è un occhio privilegiato, chi ti segue lo sa benissimo, ma è il mezzo che sorprende: un iPad! I puristi della street photography inorridiranno, per loro se non hai una Leica con il Summilux 35mm 1.4, non puoi fare street! 🙂
    Questo tuo piccolo reportage è l’ennesima dimostrazione che la fotocamera non fa il fotografo. MAI!

  4. Masinutoscana 4 ottobre 2012 at 10:39

    Non posso che sottoscrivere il tuo commento nei confronti di Firenze, non totalmente ma in gran parte sono d’accordo con te.
    Negli ultimi anni si è trasformata in un vaso di porcellana bellissimo da vedere per chi la frequenta in maniera saltuaria.
    Chi la vive quotidianamente non può che rimanere un po’ deluso dalla deriva presa da questa città.
    Peccato, è un vero peccato

  5. Edoardo 5 ottobre 2012 at 07:30

    Firenze resta la mia città e da buon campanilista la considero comunque la mia casa, spero, ma credo che sia vano, possa cambiare e tornare ad essere la culla di un nuovo rinascimento.

  6. Luca M. 9 ottobre 2012 at 08:57

    Buongiorno Edoardo,
    purtroppo è vero quello che scrivi su Firenze,
    anche io che non sono ai tuoi livelli fotografici non trovo attraente scattare in centro, non riesco a “mettere a fuoco” un soggetto, comporre un’inquadratura che mi trasmetta una sensazione.
    Un caos disorganizzato e generalizzato. Così come la cucina è diventata fast-food anche Firenze è diventata una fast-city.
    Non è stata fatta crescere al passo coi tempi, senza un piano concreto di crescita organizzata. Sta diventando come Venezia, casomai non lo fosse già, orde di turisti, bacarelle abusive e cartelloni pubblicitari alti 10 piani!

  7. Edoardo 9 ottobre 2012 at 09:44

    Leggo con molta tristezza i vs commenti… purtroppo sono tutti in linea con la mia visione della città. Pensavo fosse solo un problema strettamente personale

  8. Giuseppe Giuttari 15 ottobre 2012 at 10:18

    Grazie per questo bellissimo articolo,un grazie da un siciliano trapiantato da tanti anni in toscana. Ho avuto il piacere di conoscerti di persona nell’ultimo workshop in quel di Certaldo. Un ringraziamento di vero cuore per i tuoi insegnamenti, i consigli e sopra ogni cosa per l’umiltà e la massima disponibilità che ci hai rieservato; doti rare di questi tempi.
    Con affetto, Giuseppe

  9. Edoardo 16 ottobre 2012 at 09:31

    E’ stato un vero piacere Giuseppe

  10. maura abrami 15 dicembre 2012 at 22:35

    Vabbè, metto qui un commento che mi era venuto alle labbra prima, mentre guardavo il tuo reportage sulla Siria: sembra che per ritrovare quella forza…quell’energia nelle persone e nella vita delle persone, si debba andare ormai LONTANO..che poi lontano, in questo caso, significa Catania. Ma anche a Catania effettivamente, con le tue immagini, sento quella vita che mi sembra mancare in altri posti(ok lasciamo stare Scianna) pure attraverso la fotografia. E l’impressione che ne ricavo è che, attraverso la fotografia e il viaggio, oggi, si stia ricercando quell’umanità, quell’imperfezione così necessaria all’arte e necessaria ad amare.
    Mi viene ora in mente, improvvisamente ” Non ti muovere” (il libro o il film)…
    Grazie per queste tue considerazioni!

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