Bangladesh, l’India che fu

all'interno di una delle più antiche moschee del Bangladesh

Mai una frase che presenta un viaggio è stata così azzeccata come questa coniata dal tour operator a cui mi sono appoggiato per l’organizzazione del mio ultimo Nikon School Travel. Devo dire però che quando la lessi mi lasciò molto perplesso perché conteneva al suo interno una forte contraddizione di fondo. L’India infatti è il più grande paese al mondo di religione induista mentre il Bangladesh è per oltre l’85% di fede musulmana. Come potevano queste due visioni della vita così lontane anche nel relazionarsi con l’occidente essere in qualche modo avvicinate addirittura sovrapposte sebbene in un lontano passato?

Ho viaggiato molto in India. Il mio primo ‘incontro’ con questa incredibile realtà – non a caso Incredible India è lo slogan dell’ente del turismo indiano – risale a quasi 20 anni fa accompagnato anche da molte letture, i racconti di Tiziano Terzani e i libri fotografici di Raghu Ray per citare le più importanti. Il primo impatto che ebbi già a suo tempo usciva dai canoni un po’ stereotipati che associavano a tale paese, quasi in una sorta di antonomasia, il binomio India uguale povertà, sporcizia, degrado e morti nelle strade. Forse magari il mio giudizio era falsato dalla visione fotografica che per me costituiva già da allora il parametro che abbinavo alla ‘bellezza’ di un luogo, ma l’impressione che mi suscitò fin da subito fu quella di un paese tutt’altro che terzomondista. C’erano sì delle situazioni profondamente drammatiche, c’erano dei forti contrasti sociali – oggi evidenti anche nel nostro mondo occidentale con gli indignatos a sottolinearlo-, c’era l’enorme problema delle caste ma quello che mi lasciò stupito era come tali situazioni venivano affrontate. La gente alla fine era a suo modo felice e non perché possedeva l’ultimo ritrovato della tecnologia – oggi si direbbe l’Ipad – , ma perché la vita andava vissuta nel bene e nel male come un passaggio karmico. Una sorta di fatalismo che però non era rassegnazione, ma era affrontare la vita con serenità. Tutto questo era ed è, anche se oggi molto attenuato e ridimensionato nella spiritualità, legato alla loro religione che diventa filosofia di vita. E’ l’induismo che porta al suo interno il concetto del samsara – il ciclo delle vite passate – dove la tua condizione sociale terrena è conseguenza di quello che sei stato. Il vivere da ricco o da povero, da ‘intoccabile’ o da bramino, da atleta o da storpio, da uomo o da animale diventa soltanto un passaggio dovuto e necessario per elevare la tua condizione fino al raggiungimento del cosiddetto nirvana. Questa loro concezione della vita così profondamente diversa dalla nostra cultura occidentale faceva e fa tuttora relazionare l’indiano con il resto del mondo in modo pacifico, sereno, gentile, disponibile. Poi le degenerazioni sono alla porta ovunque e anche l’India non è scevra da corruzione, lotte intestine, conflitti di potere e pesanti ingiustizie sociali – Gandhi e Madre Teresa hanno lottato anche per questo – ma se guardiamo attentamente, questi conflitti appartengono in genere – e in questo tutto il mondo è paese – alle sfere medio alte della politica e dell’economia, non riguardano il contadino, il pastore, l’umile gente, i bambini, le donne che portano a lavare i vestiti al fiume, il villaggio rurale, le fabbriche di mattoni, il mercato del pesce e della frutta cioè quello che cerco nella mia fotografia e la gente con cui piace relazionarmi.

Se guardiamo invece al mondo musulmano non si può prescindere da pensare – anche se ovviamente non è solo questo – all’oscurantismo iraniano, all’intolleranza talebana, alla penisola arabica dove in alcuni Stati viaggiare tutt’oggi con la Bibbia in mano è reato, alla lapidazione per adulterio delle donne nigeriane, alla criminale pratica dell’infibulazione, agli estremisti di Al Qaida, alle donne velate, agli attentati alle torri gemelle o ai treni in Spagna insomma a tutto un mondo tutt’altro che aperto, sorridente, amichevole, disponibile, tollerante, gentile. Devo dire che avendo viaggiato molto, prevalentemente da solo, in paesi musulmani tipo lo Yemen, il Qatar, l’Iran, l’Oman, alcune regioni della Malesia ho vissuto sulla mia pelle situazioni ‘delicate’, anche se onestamente mai pericolose, dove però si respirava talvolta un’atteggiamento di distacco, quasi di ostilità nei miei confronti non come persona ma come rappresentante di un mondo occidentale a loro contrapposto. Mi sono trovato a nascondermi per fotografare, a ‘rubare’ uno scatto da dietro una porta o da sopra un tetto, a schivare sassi che mi venivano lanciati solo se osavo ‘mirare’ con la macchina, a depositare la mia attrezzatura se volevo, quando mi era permesso, entrare in moschea. Mai avrei sognato di farmi organizzare un viaggio fotografico, un Nikon School Travel in un paese musulmano. Sarebbe stata una contraddizione in termini: si viaggia per scattare in un luogo in cui è praticamente difficile scattare. Quando infatti ho pensato al Bangladesh volevo partire da solo. Mi aveva da sempre affascinato e incuriosito questo piccolo stato inglobato nella gigante India con oltre 150 milioni di abitanti in un territorio circa la metà dell’Italia. Poi mi sono informato e le notizie che ricevevo erano sempre in contrasto con i miei pregiudizi. Mi dicevano, i bengalesi sono diversi. Ed eccomi quindi in partenza con il ‘mio’ gruppo fatto da alcuni fedelissimi e alcune new entries verso Dakha, l’inizio di un viaggio che si rivelerà una delle più belle sorprese degli ultimi anni.

centinaia di bengalesi si accalcano alle cancellate dell'aeroporto

Il primo impatto è forte, quasi violento. Usciti dall’aeroporto centinaia di uomini, donne e bambini aggrappati a una cancellata, filtro tra il gate e la strada, aspettano l’arrivo dei loro cari, magari facenti ritorno proprio dall’Italia dove molti immigrati bengalesi lavorano. L’istinto mi fa prendere immediatamente la macchina fotografica dallo zaino e, certo di essere assalito da urla e grida di ‘non farlo’, inizio a scattare. Vale la pena rischiare. Con mia totale sorpresa non accade niente; un poliziotto è nella ‘traiettoria’ del mio zoom, ecco mi farà abbassare la macchina fotografica, anche questa volta non accade niente. Ma come? Sono in un paese musulmano, sto fotografando all’aeroporto uomini dalla barba lunga e donne velate, un poliziotto mi sta guardando e nessuno dice di fermarmi?

il 'caos' per le vie di Dakha

Proprio così. Sarà un caso. I miei pregiudizi iniziano però a incrinarsi. Riaz, la nostra guida che ci accoglie con un sorriso, mi chiede se vogliamo andare in albergo, forse siamo stanchi dopo 12 ore di viaggio. Sono da poco passate le 3 del pomeriggio, ancora un paio d’ore di luce quelle più belle, perché sprecarle. Niente albergo, ma un giro in città. Beh credevo, dopo essere stato a Saigon, che non avrei trovato una città più caotica, Dakha lo è. Mai vista una concentrazione di macchine, risciò, tuc tuc, autobus e gente in una tale densità, folle, inimmaginabile. Gli spazi in cui muoversi sembrano doversi letteralmente conquistare senza alcun rispetto e regole o almeno così a me sembra. In realtà devono avere un modo di guidare dove gli spostamenti, le precedenze, i sorpassi hanno un loro, seppur a me ancora sconosciuto, perché. Dosando in modo poco ortodosso l’uso del clacson e dei fari, coadiuvati da una sorta di copilota che si sporge dagli autobus per segnalare improbabili cambi di corsia ecco che questo immenso fiume di uomini e mezzi si muove, sembra impossibile, ma procede con un incedere regolare, continuo. Troppo lento però, avanziamo a passo d’uomo e il tentativo di raggiungere il porto prima del buio si spegne miseramente. Decidiamo quindi di scendere dal nostro bus e ‘rompere il ghiaccio’ con l’ambiente e soprattutto con la fotografia. Si parte. Non ci sono parole per descrivere la confusione in cui ci immergiamo, ma la gente è friendly, gentile. Gli sguardi non sono per niente ostili, tutt’altro. Ancora un po’ frastornato dal viaggio, sempre timoroso dalle possibili reazioni della gente, con la paura di perdersi inizio a scattare. Ancora caldo della vittoria al National Geographic Contest con quel mosso controllato, colgo l’occasione per lavorare con tempi lenti, la circostanza sembra adatta. Gli altri mi seguono: il workshop ha inizio.

all'alba iniziano le preghiere al Raash Mela

E’ solo il primo giorno, ma quelli che seguiranno non faranno altro che confermare anzi per certi aspetti accentuare, quelli elementi che sono emersi dall’impatto iniziale: totale disponibilità della gente e caos inverosimile. Un viaggio dove non ci sono delle classiche attrazioni turistiche salvo alcuni siti archeologici del passato prima induista e poi moghul piuttosto miseri, ma niente più. Le sistemazioni pur essendo le migliori disponibili sono comunque molto sotto gli standard occidentali e anche il cibo è abbastanza monotono. Però quello che il paese offre in termini di real life è forse una delle esperienze in assoluto più belle del mio aver viaggiato. Ho condiviso con i miei compagni delle situazioni uniche e incredibili. Il Raash Mela – la festa induista del perdono e dell’amicizia – dove al mattino prima del sorgere del sole migliaia di pellegrini hanno pregato sulle rive del fiume Gange – che in Bangladesh diventa Podda – accendendo incensi e recitando intime preghiere in una sorta di lodi mattutine. Abbiamo visto uomini abbracciarsi e piangere, donne offrire doni a Rama, bambini correre a dare calci a un pallone. Ci siamo immersi con loro nelle calde acque del fiume condividendo la gioia – noi dal punto di vista fotografico – del loro tuffo purificatore.

I mercati della frutta, della verdura, della carne, del pesce, delle spezie. Un brulichio di vita vera dove perdersi era un modo per entrare ancora più in sintonia con un mondo ormai troppo lontano dai nostri ritmi occidentali. Il vecchio con l’aratro di legno trainato da grossi buoi, la donna a lavare i panni al fiume, la stazione dei treni con la sua quotidianità fatta di famiglie in attesa, di vecchi dormienti, di situazioni improbabili come i materassai lavoranti sulle verghe del treno.

all'interno di una madrasa dove s'insegna il Corano au bambini

La madrasa dove i bambini recitavano il corano prima di andare a scuola, la moschea dove il mullah stesso ci ha invitato a fotografare.

E che dire delle saline di Chittagong dove ci siamo ritrovati catapultati in un mondo per noi lontano nei secoli. Uomini che scaricavano il sale misto a terra da delle improbabili barche simili a vecchi vascelli dei pirati. Un via vai di persone con questi cesti in testa che portavano il sale in angusti magazzini dove la luce naturale filtrava da piccole feritoie ricavate sui tetti. Qui, immersi nell’acqua, si portavano avanti i processi di filtraggio e stoccaggio di questa sorta di oro bianco. Un’esperienza affascinante, vissuta nel momento magico del tramonto, quando la luce calda del tardo pomeriggio indorava gli scrostati e fatiscenti muri dei magazzini e faceva brillare le lucide pelli bronzate dei portatori.

lo stoccaggio del sale a Chittagong

lo stoccaggio del sale a Chittagong

E poi la pesca con le reti, il pesce a essiccare, le cucine dei ristorantini lungo la strada insomma un susseguirsi ininterrotto di situazioni uniche, straordinariamente affascinanti perché vere e perché vissute in profondo contatto con questo splendido popolo.

Il bello della mia ‘professione’ sta anche nell’opportunità di conoscere il mondo in tutte le sue diversità. Il Bangladesh è stata una straordinaria scoperta che mi ha aperto gli occhi verso una visione nuova del mondo islamico. Non che abbia cambiato il mio giudizio di fondo che rimane sempre piuttosto critico e distante nei confronti di tale religione soprattutto nella sua forma ortodossa e troppo spesso intollerante verso il diverso. Sicuramente però esiste questa oasi felice che è il Bangladesh. Un paese unico e un popolo splendido dove l’essere ancorato a tradizioni di un passato senza data, non ha impedito però di dare i natali, per opera di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, a una delle più belle iniziative guardanti al futuro che la storia ricordi: la Grameen Bank ossia la Banca del Villaggio. Istituita come banca indipendente nel 1983, ha cambiato profondamente il concetto di prestito. Si usciva fuori dalla logica corrente che per avere soldi, i soldi in qualche forma li devi già avere. Se non dai garanzie di possedere qualcosa e di essere solvibile nessuna banca dà niente, così funziona in tutto il mondo. In Bangladesh non più. Grazie alla Grameen il povero, l’indigente, lo stesso mendicante può avere un prestito per iniziare un’attività, per comprarsi una casa, per mandare i propri figli a scuola. Tutto viene fatto per gradi con una logica in cui prima si aiuta il richiedente a riacquistare una dignità – diritto primario e universale dell’Uomo – togliendo il miserabile dalla strada e poi a gettare le basi per avere una fonte di reddito – aprire un negozietto, comprare delle sementi, della paglia da intrecciare, del riso da soffiare – in modo da metterlo in grado di restituire quanto dovuto. A suo tempo fu una scommessa in cui nessuno anche tra i più sensibili economisti davano un minimo di speranza di riuscita. Ma quando un Uomo e soprattutto un Povero, un emarginato trova o riacquista la sua dignità di persona nasce in lui un forte senso del dovere, del rispetto, dell’onore. Oggi la Grameen ha un tasso di solvibilità di quasi il 98% e senza avere delle strutture coercitive al limite della legalità per il recupero crediti. E’ una delle banche più solide al mondo dove il bilancio tra soldi prestati e restituiti a un onesto tasso d’interesse è di gran lunga positivo e dove la liquidità nei depositi copre largamente i capitali esposti. Bel lavoro Yunus!

Insomma il Bangladesh è sì l’India che fu, ma con una sua identità. Un suo essere unico, a mia conoscenza, tra i paesi musulmani. Una nazione e soprattutto un popolo che ti lascia un segno, un bel segno. In genere raramente torno in luoghi che ho già visitato, ma questa volta è decisamente diverso. Credo che ci tornerò e anche molto presto.

Buona luce e un grazie a tutti i miei compagni di viaggio con i quali ho condiviso un’esperienza veramente unica.

Commenti

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Comments (2)

  1. Gianni Bianchini 25 novembre 2011 at 22:39

    Una scrittura davvero toccante e delle foto profondamente straordinarie. Grazie Edoardo… piu’ ti seguo e piu’ mi vien voglia di viaggiare con te… sono sicuro che un giorno succedera’… Grazie 🙂

    Gianni

  2. Edoardo 8 gennaio 2012 at 09:13

    Gianni ti aspetto in qualche prossimo viaggio

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